VICARIA DI LUMEZZANE

COMMISSIONE DI PASTORALE SOCIALE


Corso di formazione sulla enciclica di Giovanni Paolo II

"CENTESIMUS ANNUS"

RELATORE: Don Ruggero Zani - Vice direttore dell’ufficio di pastorale sociale

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Conoscere la Dottrina Sociale della Chiesa.

Se parliamo di impegno del cristiano in campo sociale e politico emergono i pensieri più disparati: da chi approva il fatto che finalmente le comunità cristiane si interessino ancora di un settore da tempo dimenticato, a chi teme ingerenze indebite da parte di una Chiesa che si vorrebbe relegata nelle sacrestie.
Vogliamo parlare di una dottrina che, nella sua formulazione scritta, ha già superato i 110 anni di vita, vogliamo interessarci di quei grandi valori che da sempre guidano la vita delle comunità cristiane ma che in ogni epoca esigono un’interpretazione coerente e comprensibile nell’evoluzione della società.
Ci sono esempi con i quali si può sostenere l’esigenza di una presenza significativa dei cattolici nell’ambito socio-politico. Vediamone alcuni.

Proviamo a parlare di politiche familiari; il dibattito è aperto e si richiede a gran voce una valorizzazione della famiglia a tutti i livelli. Il libro bianco sul Welfare del ministro Maroni, diversi studi di settore che spaziano dalla demografia alla sociologia indicano nella famiglia il soggetto centrale della costruzione della società e del suo mantenimento in salute. Ma è così chiaro il concetto di famiglia della quale si sta parlando? Oggi si preferisce parlare di diverse tipologie di famiglia ed esse sono davvero varie; ma, a tutte possiamo dare con piena coscienza il titolo di cellula della società? Il dibattito è aperto e gli interventi molteplici. Non deve mancare l’idea cristiana di famiglia presentata con chiarezza e testimoniata con verità.

Parliamo di costituzione europea e ci chiediamo perché da una parte c’è il misconoscimento del ruolo storico avuto dal cristianesimo in Europa e dall’altra si chiede insistentemente che questa componente della vita sociale non venga dimenticata? È proprio vero che il cristianesimo ha rappresentato una palla al piede per il progresso culturale scientifico e tecnico dell’umanità?Ancora una volta la tendenza ad isolare la fede entro le mura di una Chiesa non rende giustizia di una presenza che, rispettosa della democrazia, tuttavia non vuole essere marginalizzata.

E che dire del grande dibattito sulle ideologie, alcune delle quali sono tramontate mentre altre sussistono. La Dottrina Sociale della Chiesa offre un’analisi di tutto rispetto ma sa guardare anche in avanti quando mette in guardia contro un sistema di potere che non sia in grado di salvaguardare la persona umana nella sua piena dignità, quindi anche nella sua spiritualità. Proprio perché il grosso errore dei totalitarismi del secolo scorso è stato quello di aver negato la trascendenza della persona e questo errore li ha condannati a sparire. Siamo proprio sicuri che non ci siano altri sistemi di potere che oggi stanno commettendo lo stesso errore?

La globalizzazione pone problemi nuovi che non possono essere trattati solo con le maniere spicce del pragmatismo; ci vuole moralità nelle azioni, equità e giustizia per ricercare soluzioni capaci di incrementare il bene comune. Il problema del lavoro richiede una visione un po’ più ampia rispetto alla massimizzazione del profitto; il problema dell’immigrazione esige la capacità di fare proposte a livello locale ma anche internazionale perché se non si sanano certe ingiustizie macroscopiche tale problema può davvero diventare un incubo.
Saper fare delle scelte oculate in ambito politico, sociale, amministrativo richiede la presenza di idee ragionate e radicate. È nostra intenzione intraprendere questa strada: conoscere di più per fare meglio e secondo giustizia, lasciandoci guidare dalle idee che la Chiesa, nella sua lunga esperienza ha sintetizzato.

Per concretizzare questo cammino abbiamo pensato di affrontare l’ultima grande enciclica della Dottrina Sociale della Chiesa: la Centesimus Annus.


Introduzione:

la R.N. è stata una tappa centrale del pensiero sociale cattolico tanto che la si è più volte commemorata prendendo occasione dagli anniversari per completare il quadro degli interventi ecclesiali in materia. (Breve cenno riassuntivo delle encicliche sociali) .

Giovanni Paolo II invita a guardare indietro per riscoprire la ricchezza dei principi fondamentali espressi in quel documento per la soluzione della questione operaia, ma, nello stesso tempo, invita anche a guardare intorno per vedere le cose nuove di oggi e a guardare al futuro per essere presenti nel suo dispiegarsi come testimoni attendibili di Cristo via, verità e vita.

L’immagine cui il Papa si ispira è quella dello scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli che sa trarre dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
Fra queste troviamo l’operosità di tante persone di buona volontà che hanno costituito un grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela della sua dignità come baluardo per la costruzione di una società più giusta.


1) Tratti Caratteristici della Rerum Novarum

Sul finire del secolo XIX° si assistette a grandi cambiamenti in ambito politico, economico, sociale, tecnico e scientifico che portarono con sé una nuova concezione della società e dello stato e quindi dell’autorità. Come in ogni cambiamento si aprirono prospettive nuove nell’ambito dell’esercizio della libertà, ma anche nuove forme di ingiustizia e di servitù.
In campo economico si faceva avanti una nuova forma di proprietà, il capitale, ed una nuova forma di lavoro, il lavoro salariato. Le conseguenze sulla vita sociale furono addirittura drammatiche: lavoro esclusivamente determinato dall’efficienza in funzione della massimizzazione del profitto; il lavoro considerato come una merce e regolato dalla legge della domanda e dell’offerta; lo spettro della disoccupazione a rendere precaria la forza contrattuale del lavoratore.
Conseguenza fu la separazione netta della società in due classi divise da un abisso profondo.
L’ordine politico allora emergente tendeva inoltre ad esimersi da qualsiasi tipo di intervento in campo economico promovendo anzi la totale libertà.
Al culmine di questa situazione intervenne Leone XIII in modo organico sulla questione operaia.
I mali cui si cercava di far fronte derivavano da una concezione della libertà che, nel campo dell’attività economica e sociale, si distacca dalla verità sull’uomo.
Di fronte ad una lotta che opponeva l’uomo all’uomo, il Papa non dubitò sul suo dovere di intervenire proprio in virtù del suo ministero apostolico che gli imponeva di “pascere gli agnelli e le pecorelle”. Suo scopo era di ristabilire la pace e perciò si oppose fermamente, senza mezzi termini alla lotta di classe. Ugualmente egli proclamava le condizioni di giustizia fondamentali nella congiuntura economica di allora.

Leone XIII conferì alla Chiesa quasi uno statuto di cittadinanza nelle mutevoli condizioni della vita pubblica. Non una Chiesa estranea alle questioni contingenti, ma una Chiesa che anche attraverso la dottrina sociale esplica la sua missione evangelizzatrice. È chiaro che non tutti erano d’accordo sulla legittimità di questo intervento magisteriale.
Anche oggi la “nuova evangelizzazione” deve annoverare tra le sue componenti l’annuncio della Dottrina Sociale della Chiesa, idonea tutt’ora ad indicare la retta via per affrontare le sfide dei nostri tempi. Con fermezza proclamiamo che non c’è soluzione della questione sociale al di fuori del vangelo.

La chiave di lettura della RN è la dignità del lavoratore in quanto tale e del lavoro come attività umana. A completamento di questa visione si afferma che il lavoro ha anche una dimensione sociale perché la ricchezza degli stati è prodotta dal lavoro degli operai.

Un altro principio rilevante è quello del diritto alla proprietà privata. Essa non è un valore assoluto ed è sempre coniugata con il principio della destinazione universale dei beni della terra. Ma la sua affermazione si radica nella necessità di garantire giuste condizioni di sviluppo della persona e della sua famiglia. Nel corso dell’ultimo secolo sono avvenuti profondi cambiamenti sociale ed economici, ma la persistenza della povertà in forme inaccettabili esige una più profonda analisi del problema.

Viene affermato il diritto a creare associazioni professionali di imprenditori ed operai o di soli operai. La libertà di associazione è un diritto naturale che lo stato deve difendere.

Si afferma il diritto alla limitazione delle ore di lavoro, al legittimo riposo e ad un diverso trattamento dei fanciulli e delle donne quanto al tipo ed alla durata del lavoro. “Non è giusto né umano esigere dall’uomo tanto lavoro, da farne per la troppa fatica istupidire la mente e da fiaccarne il corpo”.

Si enuncia il diritto al “giusto salario” il quale non può essere lasciato “al libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro”.
Il salario deve essere sufficiente a mantenere l’operaio e la sua famiglia. Se il lavoratore, “costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, é chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta”.
Aggiunge Giovanni Paolo II: volesse Dio che queste parole, scritte mentre avanzava il cosiddetto capitalismo selvaggio, non debbano oggi essere ripetute con la medesima severità.

Leone XIII° aggiunge poi il diritto ad adempiere liberamente i propri doveri religiosi. Proclama la necessità del riposo festivo. Possiamo vedere qui il germe del principio del diritto alla libertà religiosa.

Altro tema importante è la concezione dei rapporti tra lo stato ed i cittadini. La RN critica i due sistemi sociale ed economici: il socialismo ed il liberismo. Al primo ci si riferisce quando si parla della proprietà privata, mentre al secondo quando si parla dei doveri dello stato. “Nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per se stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue”.

Queste parole, afferma Giovanni Paolo II, hanno valore di fronte alle nuove forme di povertà esistenti nel mondo. Costituiscono la proclamazione del principio di solidarietà che è uno dei principi basilari della concezione cristiana dell’organizzazione sociale; Leone XIII lo chiama amicizia, Pio XII carità sociale, Paolo VI civiltà dell’amore.

La RN è una chiara testimonianza dell’opzione preferenziale per i poveri che caratterizza la Chiesa.
Il richiamare i doveri dello stato nella difesa dei poveri è altresì il riconoscimento che lo stato deve sovrintendere al bene comune.

A nessuno sfugge l’attualità del messaggio della RN tenendo conto che ciò che fa da trama alla Dottrina Sociale della Chiesa è la corretta concezione della persona e del suo valore unico.


2) Verso le «cose nuove» di oggi.

Il secondo capitolo della CA si propone di preparare il terreno alla presa di coscienza della realtà attuale mediante un’analisi di quanto accaduto nel corso degli ultimi 100 anni dalla pubblicazione della RN. Non si tratta di un’analisi puramente storia e neppure sociologica o politica; o meglio, non manca nulla di tutto ciò, tuttavia l’indirizzo seguito è quello di un’analisi teologica ed antropologica.

Gli avvenimenti del 1989 confermano le previsioni di Leone XIII circa la negatività delle soluzioni proposte dal «socialismo» alla «questione operaia». La critica del Papa avveniva quando non era ancora presente un sistema di potere ispirato alla filosofia sociale marxista. Da una parte viene percepita la reale gravità delle condizioni dei proletari, dall’altra il male di una soluzione che sotto l’apparenza di un’inversione delle posizioni di poveri e ricchi, andava a detrimento di quegli stessi che si riprometteva di aiutare. Non era con la soppressione della proprietà privata che si dava una risposta positiva all’anelito di giustizia dei diseredati.

Ma l’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico: l’uomo è ridotto ad un semplice elemento dell’organismo sociale, subordinato al funzionamento del meccanismo economico - sociale al quale viene riferito il bene comune prescindendo dall’autonoma scelta del singolo e dalla sua assunzione di responsabilità riguardo al bene e al male.
L’uomo, privato di qualcosa che possa “dir suo” e della possibilità di gestire in prima persona la sua vita finisce con il perdere la stima di sé e di non collaborare alla costruzione di un’autentica comunità umana.

La concezione cristiana dell’uomo induce una visione giusta della società che non si esaurisce nello stato ma che ha molteplici punti espressivi nella vitalità dei corpi intermedi.
Da dove nasce l’errore antropologico?
Dall’ateismo. Infatti è nella risposta all’appello di Dio, contenuto nell’essere delle cose, che l’uomo diventa consapevole della sua dignità.
Questo ateismo è strettamente connesso con il razionalismo illuminista che concepisce la realtà umana e sociale in modo meccanicistico negando così la trascendenza della persona.
Dalla medesima radice ateistica scende anche la scelta dei mezzi di azione: la lotta di classe.
Lungi dal condannare ogni forma di conflittualità , qui si stigmatizza una lotta che si rifiuta di rispettare la dignità della persona, di trovare un ragionevole accomodamento, che persegue un interesse di parte distruggendo ciò che vi si oppone. È una “guerra totale”, quella stessa che militarismo ed imperialismo del tempo proponevano in ordine ai rapporti internazionali.
Dunque, l’ateismo ed il disprezzo della persona umana fanno prevalere il principio della forza su quello della ragione e del diritto.


Così come la RN si oppone alla statalizzazione dei mezzi di produzione, non meno decisamente si critica una concezione di stato che lascia il settore dell’economia totalmente al di fuori del suo campo di interesse.
Lo stato ha il compito di fissare la cornice giuridica entro cui si svolgono i rapporti economici salvaguardando le condizioni di un’economia libera che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale che una di esse non sia tanto più potente delle altre da poterla ridurre praticamente in schiavitù.

In particolare lo stato deve difendere il lavoratore contro l’incubo della disoccupazione.
Deve assicurare livelli salariali adeguati al mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, inclusa una certa capacità di risparmio. Ciò significa riqualificazione del lavoro e decisione nello stroncare lo sfruttamento. C’è inoltre da garantire il rispetto di orari umani di lavoro e di riposo.
Viene affermato il ruolo importante dei sindacati in questi campi non solo per la contrattazione del salario e delle condizioni di lavoro, ma anche per favorire la partecipazione del lavoratore alla vita dell’azienda.
Al conseguimento di questi scopi lo Stato partecipa indirettamente attraverso il principio di sussidiarietà creando condizioni favorevoli allo sviluppo economico, e direttamente attraverso il principio di solidarietà ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all’autonomia delle parti ed assicurando un minimo vitale al lavoratore disoccupato.

L’azione del movimento operaio fu importante per la realizzazione di riforme della vita sociale favorevoli alle condizioni di vita dei lavoratori (anche se in seguito lo stesso movimento fu dominato dall’ideologia marxista).
Le stesse riforme furono anche il risultato di un libero processo di auto-organizzazione della società con la creazione di efficaci strumenti di solidarietà (cooperative di produzione, di consumo e di credito, promozione dell’istruzione popolare e della formazione, forme di partecipazione alla vita dell’impresa e della società).
Si può quindi dire che la RN non è rimasta priva di risonanza, ma anche che la profezia in essa contenuta non è stata completamente accolta; da ciò sono derivate gravi sciagure.

Se la libertà umana viene sottratta dall’obbedienza alla verità e al dovere di rispettare i diritti degli altri uomini, allora il contenuto della libertà diventa l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore che conduce all’affermazione illimitata del proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia.
Questo errore portò alle guerre che sconvolsero l’Europa ed il mondo dal 1914 al 1945.
L’odio e l’ingiustizia diventano così potenti solo quando c’è un’ideologia a sostenerli.

Dal 1945 le armi tacciono in Europa ma la pace, quella vera, è lungi dall’essere ancora raggiunta: metà Europa cadde sotto la dittatura comunista e l’altra metà si organizzò per difendersi da questo pericolo; i popoli conculcati nelle loro libertà ed identità non danno tranquillità.

La folle corsa agli armamenti, il progresso tecnico e scientifico usato per la produzione di armi sempre più sofisticate e distruttive, il tentativo stesso di dare giustificazione dottrinale ad una nuova guerra, la logica dei blocchi usata per fomentare le discordie insorgenti nei paesi del Terzo mondo al fine di creare difficoltà all’avversario, la militarizzazione di tanti di questi paesi, le lotte fratricide, il mai dissolto incubo di una guerra nucleare, sono sintomi di un malessere che da all’umanità i brividi di una febbre da non sottovalutare.
Bisogna giungere al ripudio di una logica di questo genere e per far ciò bisogna definitivamente mettere in crisi la logica della “guerra totale” e della “lotta di classe”.

Alla fine della 2ª guerra mondiale l’impegno di porre fine alle dittature è palesemente sconfitto; vengono debellati nazismo e fascismo, ma metà Europa va sotto un’altra dittatura: quella comunista. L’incompiutezza dell’intervento e la situazione che si è venuta a creare in seguito ha dato luogo a diverse risposte: (leggiamo esattamente i nn 19-21 della CA)

a) In alcuni Paesi e sotto alcuni aspetti si assiste ad uno sforzo positivo per ricostruire, dopo le distruzioni della guerra, una società democratica e ispirata alla giustizia sociale, la quale priva il comunismo del potenziale rivoluzionario costituito da moltitudini sfruttate e oppresse. Tali tentativi in genere cercano di mantenere i meccanismi del libero mercato, assicurando mediante la stabilità della moneta e la sicurezza dei rapporti sociali le condizioni di una crescita economica stabile e sana, in cui gli uomini col loro lavoro possano costruire un futuro migliore per sé e per i propri figli.
Al tempo stesso, essi cercano di evitare che i meccanismi di mercato siano l'unico termine di riferimento della vita associata e tendono ad assoggettarli ad un controllo pubblico, che faccia valere il principio della destinazione comune dei beni della terra. Una certa abbondanza delle offerte di lavoro, un solido sistema di sicurezza sociale e di avviamento professionale, la libertà di associazione e l'azione incisiva del sindacato, la previdenza in caso di disoccupazione, gli strumenti di partecipazione democratica alla vita sociale, in questo contesto dovrebbero sottrarre il lavoro alla condizione di «merce» e garantire la possibilità di svolgerlo dignitosamente.

b) Ci sono, poi, altre forze sociali e movimenti ideali che si oppongono al marxismo con la costruzione di sistemi di «sicurezza nazionale», miranti a controllare in modo capillare tutta la società per rendere impossibile l'infiltrazione marxista. Esaltando ed accrescendo la potenza dello Stato, essi intendono preservare i loro popoli dal comunismo; ma, ciò facendo, corrono il grave rischio di distruggere quella libertà e quei valori della persona, in nome dei quali bisogna opporsi ad esso.

c) Un'altra forma di risposta pratica, infine, è rappresentata dalla società del benessere, o società dei consumi. Essa tende a sconfiggere il marxismo sul terreno di un puro materialismo, mostrando come una società di libero mercato possa conseguire un soddisfacimento più pieno dei bisogni materiali umani di quello assicurato dal comunismo, ed escludendo egualmente i valori spirituali.
In realtà, se da una parte è vero che questo modello sociale mostra il fallimento del marxismo di costruire una società nuova e migliore, dall'altra, negando autonoma esistenza e valore alla morale, al diritto, alla cultura e alla religione, converge con esso nel ridurre totalmente l'uomo alla sfera dell'economico e del soddisfacimento dei bisogni materiali.

Nel medesimo periodo si svolge un grandioso processo di «decolonizzazione», per il quale numerosi Paesi acquistano o riacquistano l'indipendenza e il diritto a disporre liberamente di sé. Con la riconquista formale della sovranità statuale, però, questi Paesi si trovano spesso appena all'inizio del cammino nella costruzione di un'autentica indipendenza. Difatti, settori decisivi dell'economia rimangono ancora nelle mani di grandi imprese straniere, che non accettano di legarsi durevolmente allo sviluppo del Paese che le ospita, e la stessa vita politica è controllata da forze straniere, mentre all'interno delle frontiere dello Stato convivono gruppi tribali, non ancora amalgamati in un'autentica comunità nazionale. Manca, inoltre, un ceto di professionisti competenti, capaci di far funzionare in modo onesto e regolare l'apparato dello Stato, e mancano anche i quadri per un'efficiente e responsabile gestione dell'economia.
Posta questa situazione, a molti sembra che il marxismo possa offrire come una scorciatoia per l'edificazione della Nazione e dello Stato, e nascono perciò diverse varianti del socialismo con un carattere nazionale specifico. Si mescolano così nelle molte ideologie, che vengono a formarsi in misura di volta in volta diversa, legittime esigenze di riscatto nazionale, forme di nazionalismo ed anche di militarismo, principi tratti da antiche tradizioni popolari, talvolta consonanti con la dottrina sociale cristiana, e concetti del marxismo-leninismo.

E' da ricordare, infine, come dopo la seconda guerra mondiale ed anche per reazione ai suoi orrori, si è diffuso un sentimento più vivo dei diritti umani, che ha trovato riconoscimento in diversi Documenti internazionali (Cf Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, del 1948.) e nell'elaborazione, si direbbe, di un nuovo «diritto delle genti», a cui la Santa Sede ha dato un costante contributo. Perno di questa evoluzione è stata l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non solo è cresciuta la coscienza dei diritto dei singoli, ma anche quella dei diritti delle Nazioni, mentre si avverte meglio la necessità di agire per sanare i gravi squilibri tra le diverse aree geografiche del mondo che, in un certo senso, hanno trasferito il centro della questione sociale dall'ambito nazionale al livello internazionale (Cf Paolo VI, Lett. Enc. Populorum progressio).
Nel prendere atto con soddisfazione di tale processo, non si può tuttavia tacere il fatto che il bilancio complessivo delle diverse politiche di aiuto allo sviluppo non è sempre positivo. Alle Nazioni Unite, inoltre, non è riuscito fino ad ora di costruire strumenti efficaci per la soluzione dei conflitti internazionali alternativi alla guerra, e sembra esser questo il problema più urgente che la comunità internazionale deve ancora risolvere.


3) L'anno 1989

Da quanto detto risulta evidente la portata degli avvenimenti che hanno il loro culmine nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, ma che hanno visto anche nei decenni precedenti altri eventi epocali; per esempio nel corso degli anni '80 crollano progressivamente in alcuni Paesi dell'America Latina, ma anche dell'Africa e dell'Asia certi regimi dittatoriali ed oppressivi; in altri casi inizia un difficile, ma fecondo cammino di transizione verso forme politiche più partecipative e più giuste.

Il contributo della Chiesa è andato nella direzione della difesa e promozione dei diritti dell'uomo.
L’uomo porta in se l’immagine di Dio e quindi merita rispetto. Ciò implica anche la ricerca di forme di lotta e di soluzioni politiche più rispettose della dignità della persona.
In questo modo sorgono nuove forme di democrazia che vanno sostenute, difese ed incoraggiate.

Fattori della caduta dei regimi:
ü La violazione dei diritti del lavoro. (si ricordino i moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà, lotta pacifica che si basa sulla verità e la giustizia).
ü L'inefficienza del sistema economico, che non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell'economia. A questo aspetto va poi associata la dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere l'uomo partendo unilateralmente dal settore dell'economia, né è possibile definirlo semplicemente in base all'appartenenza di classe.
ü Il vuoto spirituale provocato dall'ateismo, il quale ha lasciato prive di orientamento le giovani generazioni e in non rari casi le ha indotte a riscoprire le radici religiose della cultura delle loro Nazioni e la stessa persona di Cristo.

Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo della volontà di negoziato e dello spirito evangelico contro un avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali: essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico, vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale. La libertà ed il suo corretto uso devono fare i conti con i condizionamenti e con il peccato originale. Una società ordinata trova il punto di coordinamento tra esigenze del singolo e della comunità senza sacrificare l’uno all’altro.

Ciò che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del Regno di Dio non è senza conseguenze per la vita delle società temporali. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza essere del mondo, illumina l'ordine dell'umana società, mentre le energie della grazia lo penetrano e lo vivificano.

Gli avvenimenti dell' '89 si sono svolti prevalentemente nei Paesi dell'Europa orientale e centrale; tuttavia, hanno un'importanza universale, poiché ne discendono conseguenze positive e negative che interessano tutta la famiglia umana.

Prima conseguenza è stato, in alcuni Paesi, l'incontro tra la Chiesa e il Movimento operaio.
Nella crisi del marxismo riemergono le forme spontanee della coscienza operaia, che esprimono una domanda di giustizia e di riconoscimento della dignità del lavoro, conforme alla dottrina sociale della Chiesa. Nel recente passato il sincero desiderio di essere dalla parte degli oppressi e di non esser tagliati fuori dal corso della storia ha indotto molti credenti a cercare in diversi modi un impossibile compromesso tra marxismo e cristianesimo. Il tempo presente, mentre supera tutto ciò che c'era di caduco in quei tentativi, induce a riaffermare la positività di un'autentica teologia dell'integrale liberazione umana. Considerati da questo punto di vista, gli avvenimenti del 1989 risultano importanti anche per i Paesi del Terzo Mondo, che sono alla ricerca della via del loro sviluppo, come lo sono stati per quelli dell'Europa centrale ed orientale.

La seconda conseguenza riguarda i popoli dell'Europa. Le ingiustizie commesse e i rancori sopiti possono riesplodere dopo la fine della dittatura. Per fronteggiare questo pericolo, previsto con indubbia profezia, Giovanni Paolo II si affidava :

ü ad una tensione morale capace di seguire la verità e di far crescere uno spirito di pace e di perdono.
ü Alla volontà di creare e consolidare istituzioni internazionali capaci di intervenire in caso di conflitto tra le nazioni al fine di consolidare un diritto internazionale.
ü Alla necessità di aiutare la ricostruzione morale ed economica dei paesi usciti dal comunismo.

La nuova prospettiva che si affaccia, non deve far dimenticare che le interconnessioni sempre più ampie tra le varie nazioni chiedono che vangano affrontati i problemi non risolti legati alla persistenza della miseria in tante parti del mondo.

Per alcuni Paesi di Europa inizia il vero dopoguerra. Per molti paesi si fanno avanti quelle difficoltà e quelle fatiche che in altri sono state affrontate nell’immediato dopo guerra. Non bisogna lasciar mancare un aiuto solidale anche nella considerazione che in molti casi si tratta di sanare una situazione che non è stata scelta liberamente ma imposta con la violenza. Si tratta quindi di assolvere un debito di giustizia in vista di un maggiore benessere morale ed economico di tutta quanta l’Europa.

Questo non deve rallentare gli sforzi per il sostegno e l'aiuto ai Paesi del Terzo Mondo.

ü Ingenti risorse possono essere rese disponibili col disarmo degli enormi apparati militari, costruiti per il conflitto tra Est e Ovest.
ü Esse saranno ancora più ingenti, se si riuscirà a stabilire affidabili procedure per la soluzione dei conflitti, alternative alla guerra, ed a diffondere, quindi, il principio del controllo e della riduzione degli armamenti anche nei Paesi del Terzo Mondo, adottando opportune misure contro il loro commercio.
ü Ma soprattutto sarà necessario abbandonare la mentalità che considera i poveri - persone e popoli - come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han prodotto. I poveri chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero. L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità.

Lo sviluppo, infine, non deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano.
Nei regimi totalitari si è sostenuto il principio del primato della forza sulla ragione.
Bisogna riaffermare il riconoscimento dei diritti della coscienza umana, legata solo alla verità sia naturale che rivelata:

a) perché le antiche forme di totalitarismo e di autoritarismo non sono ancora del tutto debellate;
b) perché nei Paesi sviluppati si fa a volte un'eccessiva propaganda dei valori puramente utilitaristici, rendendo difficile il riconoscimento ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza;
c) perché in alcuni Paesi emergono nuove forme di fondamentalismo religioso che, velatamente o anche apertamente, negano ai cittadini di fedi diverse da quelle della maggioranza il pieno esercizio dei loro diritti civili o religiosi, impediscono loro di entrare nel dibattito culturale, restringono il diritto della Chiesa a predicare il Vangelo e il diritto degli uomini, che ascoltano tale predicazione, ad accoglierla ed a convertirsi a Cristo.

4) La proprietà privata e l’universale destinazione dei beni

a) L’origine biblica dei concetti
La prima origine di tutto ciò che è bene è l'atto stesso di Dio che ha creato la terra e l'uomo; all'uomo ha dato la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda i frutti (cf Gen1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui la radice dell'universale destinazione dei beni.

La terra, in ragione della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è il primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana. Ora, la terra non dona i suoi frutti senza una peculiare risposta dell'uomo al dono di Dio, cioè senza il lavoro: è mediante il lavoro che l'uomo, usando la sua intelligenza e la sua libertà, riesce a dominarla e ne fa la sua degna dimora. In tal modo egli fa propria una parte della terra, che appunto si è acquistata col lavoro.
È qui l'origine della proprietà individuale. E ovviamente egli ha anche la responsabilità di non impedire che altri uomini abbiano la loro parte del dono di Dio, anzi deve cooperare con loro per dominare insieme tutta la terra.

Ma c’è un’altra forma di proprietà: quella della conoscenza, della tecnica e del sapere.
Essa mette concretamente in luce una verità sulla persona incessantemente affermata dal cristianesimo: la principale risorsa dell'uomo insieme con la terra è l'uomo stesso.


b) Analisi della situazione odierna
La moderna economia d'impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi. L'economia, infatti, è un settore della multiforme attività umana, ed in essa, come in ogni altro campo, vale il diritto alla libertà, come il dovere di farne un uso responsabile.

Non si possono, tuttavia, non denunciare i rischi ed i problemi connessi con questo tipo di processo. Di fatto, oggi molti uomini, forse la grande maggioranza, non dispongono di strumenti che consentono di entrare in modo effettivo ed umanamente degno all'interno di un sistema di impresa, nel quale il lavoro occupa una posizione davvero centrale. Essi non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base, che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate la loro qualità.
Essi insomma, se non proprio sfruttati, sono ampiamente emarginati, e lo sviluppo economico si svolge, per così dire, sopra la loro testa, quando non restringe addirittura gli spazi già angusti delle loro antiche economie di sussistenza. Incapaci di resistere alla concorrenza di merci prodotte in modi nuovi e ben rispondenti ai bisogni, che prima essi solevano fronteggiare con forme organizzative tradizionali, allettati dallo splendore di un'opulenza ostentata, ma per loro irraggiungibile e, al tempo stesso, stretti dalla necessità, questi uomini affollano le città del Terzo Mondo, dove spesso sono culturalmente sradicati e si trovano in situazioni di violenta precarietà, senza possibilità di integrazione. Ad essi di fatto non si riconosce dignità, e talora si cerca di eliminarli dalla storia mediante forme coatte di controllo demografico, contrarie alla dignità umana.

Molti altri uomini, pur non essendo del tutto emarginati, vivono all'interno di ambienti in cui è assolutamente primaria la lotta per il necessario e vigono ancora le regole del capitalismo delle origini, nella «spietatezza» di una situazione che non ha nulla da invidiare a quella dei momenti più bui della prima fase di industrializzazione. In altri casi è ancora la terra ad essere l'elemento centrale del processo economico, e coloro che la coltivano, esclusi dalla sua proprietà, sono ridotti in condizioni di semi-servitù. In questi casi si può ancora oggi, come al tempo della Rerum novarum, parlare di uno sfruttamento inumano. Nonostante i grandi mutamenti avvenuti nelle società più avanzate, le carenze umane del capitalismo, col conseguente dominio delle cose sugli uomini, sono tutt'altro che scomparse; anzi, per i poveri alla mancanza di beni materiali si è aggiunta quella del sapere e della conoscenza, che impedisce loro di uscire dallo stato di umiliante subordinazione.
Purtroppo, la grande maggioranza degli abitanti del Terzo Mondo vive ancora in simili condizioni. Sarebbe, però, errato intendere questo Mondo in un senso soltanto geografico. In alcune regioni ed in alcuni settori sociali di esso sono stati attivati processi di sviluppo incentrati non tanto sulla valorizzazione delle risorse materiali, quanto su quella della «risorsa umana».

In anni non lontani è stato sostenuto che lo sviluppo dipendesse dall'isolamento dei Paesi più poveri dal mercato mondiale e dalla loro fiducia nelle sole proprie forze. L'esperienza recente ha dimostrato che i Paesi che si sono esclusi hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i Paesi che sono riusciti ad entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello internazionale. Sembra, dunque, che il maggior problema sia quello di ottenere un equo accesso al mercato internazionale, fondato non sul principio unilaterale dello sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla valorizzazione delle risorse umane.
Aspetti tipici del Terzo Mondo, però, emergono anche nei Paesi sviluppati, dove l'incessante trasformazione dei modi di produrre e di consumare svaluta certe conoscenze già acquisite e professionalità consolidate, esigendo un continuo sforzo di riqualificazione e di aggiornamento. Coloro che non riescono a tenersi al passo con i tempi possono facilmente essere emarginati; insieme con essi lo sono gli anziani, i giovani incapaci di ben inserirsi nella vita sociale e, in genere, i soggetti più deboli e il cosiddetto Quarto Mondo. Anche la situazione della donna in queste condizioni è tutt'altro che facile.

Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei bisogni che sono «solvibili», che dispongono di un potere d'acquisto, e per quelle risorse che sono «vendibili», in grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano. È, inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze, ad entrare nel circolo delle interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare al meglio capacità e risorse. Prima ancora della logica dello scambio degli equivalenti e delle forme di giustizia, che le son proprie, esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell'umanità.

Nei contesti di Terzo Mondo conservano la loro validità (in certi casi è ancora un traguardo da raggiungere) proprio quegli obiettivi indicati dalla Rerum novarum, per evitare la riduzione del lavoro dell'uomo e dell'uomo stesso al livello di una semplice merce: il salario sufficiente per la vita della famiglia; le assicurazioni sociali per la vecchiaia e la disoccupazione; la tutela adeguata delle condizioni di lavoro.

Si apre qui un grande e fecondo campo di impegno e di lotta, nel nome della giustizia, per i sindacati e per le altre organizzazioni dei lavoratori, che ne difendono i diritti e ne tutelano la soggettività, svolgendo al tempo stesso una funzione essenziale di carattere culturale, per farli partecipare in modo più pieno e degno alla vita della Nazione ed aiutarli lungo il cammino dello sviluppo.


c) Prospettive
In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l'assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell'uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società.

La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell'impresa.

Al presente sugli sforzi positivi che sono compiuti in proposito grava il problema, in gran parte ancora irrisolto, del debito estero dei Paesi più poveri. È certamente giusto il principio che i debiti debbano essere pagati; non è lecito, però, chiedere o pretendere un pagamento, quando questo verrebbe ad imporre di fatto scelte politiche tali da spingere alla fame e alla disperazione intere popolazioni. Non si può pretendere che i debiti contratti siano pagati con insopportabili sacrifici. In questi casi è necessario - come, del resto, sta in parte avvenendo - trovare modalità di alleggerimento, di dilazione o anche di estinzione del debito, compatibili col fondamentale diritto dei popoli alla sussistenza ed al progresso.


Lotta all’abuso di consumo
Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all'avere e non all'essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso.

La questione ecologica.
Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell'ambiente umano; ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica « ecologia umana ».
La prima e fondamentale struttura a favore dell'«ecologia umana» è la famiglia, in seno alla quale l'uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità ed al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell'uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico ed irripetibile destino.

La domanda centrale:
si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?
La risposta è ovviamente complessa.
Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera».
Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.

La Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro.(84) A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che - come si è detto - riconosce la positività del mercato e dell'impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune. Essa riconosce anche la legittimità degli sforzi dei lavoratori per conseguire il pieno rispetto della loro dignità e spazi maggiori di partecipazione nella vita dell'azienda, di modo che, pur lavorando insieme con altri e sotto la direzione di altri, possano, in un certo senso, «lavorare in proprio» esercitando la loro intelligenza e libertà.

L'obbligo di guadagnare il pane col sudore della propria fronte suppone, al tempo stesso, un diritto. Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale. Come la persona realizza pienamente se stessa nel libero dono di sé, così la proprietà si giustifica moralmente nel creare, nei modi e nei tempi dovuti, occasioni di lavoro e crescita umana per tutti.

4) Stato e Cultura

Necessità di una sana teoria dello Stato

a) Lo «Stato di diritto» in cui è sovrana la legge.
ü La RN presenta l'organizzazione della società secondo i tre poteri - legislativo, esecutivo e giudiziario. Ogni potere deve essere bilanciato da altri poteri perché ciascuno di essi rimanga nel giusto limite.
ü È, questo, il principio dello «Stato di diritto», nel quale è sovrana la legge, e non la volontà arbitraria degli uomini.

b) A questa concezione si è opposto nel tempo moderno il totalitarismo:
ü Nella forma marxista-leninista, ritiene che alcuni uomini sono esenti dall'errore e possono arrogarsi l'esercizio di un potere assoluto.
ü In generale esso nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo.
ü Allora l'uomo viene rispettato solo nella misura in cui è possibile strumentalizzarlo per un'affermazione egoistica. La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l'individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla.

Negando l’esistenza di una verità oggettiva, il totalitarismo nega anche la necessità di una Chiesa che faccia riferimento a principi umani ed etici universali. Ciò spiega perché esso cerca di distruggere la Chiesa o, almeno, di assoggettarla, facendola strumento del proprio apparato ideologico. Inoltre lo Stato totalitario tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose e le stesse persone.


Il valore della democrazia

La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governanti la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno.

a) Senza il riferimento alle «verità ultime», la democrazia si trasforma facilmente in totalitarismo. Il buon cattolico può essere un buon democratico?
b) Il metodo della Chiesa è il rispetto della libertà. Il pericolo del fanatismo.

Come costruire regimi democratici dopo il crollo del totalitarismo comunista

a) Necessaria attenzione per i diritti umani.
Tra i principali sono da ricordare: il diritto alla vita; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità. il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia e ad accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.

b) Nelle vecchie democrazie non sempre i diritti umani sono rispettati.
Non ci si riferisce soltanto allo scandalo dell'aborto, ma anche all’asservimento del bene comune a criteri non tanto di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che sostengono le forze politiche. à sfiducia à diminuzione della partecipazione politica e dello spirito civico in seno alla popolazione.

Il bene comune non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione fatta in base ad un'equilibrata gerarchia di valori e, in ultima analisi, ad un'esatta comprensione della dignità e dei diritti della persona.


I compiti dello Stato in campo economico

a) Garantire a tutti la sicurezza, la libertà di operare e la moralità pubblica.
L'attività economica, in particolare quella dell'economia di mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico.

b) Sorveglianza sull'esercizio dei diritti umani.
Altro compito dello Stato è quello di sorvegliare e guidare l'esercizio dei diritti umani nel settore economico; ma in questo campo la prima responsabilità non è dello Stato, bensì dei singoli e dei diversi gruppi e associazioni in cui si articola la società.

c) Funzioni di supplenza dello Stato nell'attività economica in casi eccezionali.
Quando settori sociali o sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al loro compito. Simili interventi di supplenza giustificati da urgenti ragioni attinenti al bene comune, devono essere, per quanto possibile, limitati nel tempo.

d) Evitare l'errore dello «Stato assistenziale», rispettando il principio di sussidiarietà.
Lo «Stato del benessere» si propone di rispondere in modo più adeguato a molte necessità e bisogni, ponendo rimedio a forme di povertà e di privazione indegne della persona umana.
Deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità ed aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.


La Chiesa ha sempre operato con particolare attenzione verso i più bisognosi

a) Da sottolineare l'azione caritativa svolta dal «volontariato».
Offrire all'uomo bisognoso un sostegno materiale che non lo umili ma lo aiuti a uscire dalla precaria sua condizione, promovendone la dignità di persona.

b) Necessità di una adeguata politica sociale incentrata sulla funzione primaria della famiglia.
ü Per superare la mentalità individualista
ü Per un impegno di solidarietà e di carità che inizia all'interno della famiglia la quale si qualifica come comunità di lavoro e di solidarietà.
ü Per promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola.

c) L'apporto di solidarietà delle altre società intermedie.
Oltre alla famiglia, svolgono funzioni primarie ed attivano specifiche reti di solidarietà anche altre società intermedie. È nel molteplice intersecarsi dei rapporti che vive la persona e cresce la «soggettività della società». L'individuo oggi è spesso soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato. Ma si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato né allo Stato poiché l'uomo è, prima di tutto, un essere che cerca la verità e si sforza di viverla e di approfondirla in un dialogo che coinvolge le generazioni passate e future.


Una giusta «cultura della Nazione» che non disperda il patrimonio dei valori tramandati

Il patrimonio dei valori tramandati ed acquisiti è sempre sottoposto dai giovani a contestazione. E ciò non è sempre un male.
Anche l'evangelizzazione si inserisce nella cultura delle Nazioni, sostenendola nel suo cammino verso la verità ed aiutandola nel lavoro di purificazione e di arricchimento. Quando, però, una cultura si chiude in se stessa e cerca di perpetuare forme di vita invecchiate, rifiutando ogni scambio e confronto intorno alla verità dell'uomo, allora essa diventa sterile e si avvia a decadenza.


Necessità di una adeguata formazione di una cultura dell'uomo

a) Il contributo della Chiesa in favore di una vera cultura della verità.
Tutta l'attività umana ha luogo all'interno di una cultura e interagisce con essa. Per un'adeguata formazione di tale cultura si richiede il coinvolgimento di tutto l'uomo, il quale vi esplica la sua creatività, la sua intelligenza, la sua conoscenza del mondo e degli uomini. Egli, inoltre, vi investe la sua capacità di autodominio, di sacrificio personale, di solidarietà e di disponibilità per promuovere il bene comune.
La Chiesa promuove la cultura della pace contro modelli che confondono l'uomo nella massa, disconoscono il ruolo della sua iniziativa e libertà e pongono la sua grandezza nelle arti del conflitto e della guerra.
La Chiesa rende un tale servizio predicando la verità intorno alla creazione del mondo, che Dio ha posto nelle mani degli uomini perché lo rendano fecondo e più perfetto col loro lavoro, e predicando la verità intorno alla redenzione, per cui il Figlio di Dio ha salvato tutti gli uomini e, al tempo stesso, li ha uniti gli uni agli altri, rendendoli responsabili gli uni degli altri.

b) Ognuno deve sentirsi responsabile della sorte degli altri uomini, da considerare come fratelli.
Questa esigenza non si ferma ai confini della propria famiglia, e neppure della Nazione o dello Stato, ma investe ordinatamente tutta l'umanità, sicché nessun uomo deve considerarsi estraneo o indifferente alla sorte di un altro membro della famiglia umana.
Nessun uomo può affermare di non essere responsabile della sorte del proprio fratello.
Ciò vale in particolare nella ricerca degli strumenti di soluzione dei conflitti internazionali alternativi alla guerra. Non è difficile affermare che la potenza terrificante dei mezzi di distruzione, accessibili perfino alle medie e piccole potenze, e la sempre più stretta connessione, esistente tra i popoli di tutta la Terra, rendono assai arduo o praticamente impossibile limitare le conseguenze di un conflitto.


Le conseguenze di un conflitto oggi sono illimitate

a) Le possibili radici per un conflitto.
I pontefici Benedetto XV ed i suoi successori hanno lucidamente compreso questo pericolo, ed io stesso, in occasione della recente drammatica guerra nel Golfo Persico, ho ripetuto il grido: «Mai più la guerra!». No, mai più la guerra, che distrugge la vita degli innocenti, che insegna ad uccidere e sconvolge egualmente la vita degli uccisori, che lascia dietro di sé uno strascico di rancori e di odi rendendo più difficile la giusta soluzione degli stessi problemi che l'hanno provocata! Come all'interno dei singoli Stati è giunto finalmente il tempo in cui il sistema della vendetta privata e della rappresaglia è stato sostituito dall'impero della legge, così è ora urgente che un simile progresso abbia luogo nella Comunità internazionale. Non bisogna, peraltro, dimenticare che alle radici della guerra ci sono in genere reali e gravi ragioni: ingiustizie subite, frustrazioni di legittime aspirazioni miseria e sfruttamento di moltitudini umane disperate, le quali non vedono la reale possibilità di migliorare le loro condizioni con le vie della pace.

b) Lo sviluppo per tutti i popoli, presupposto indispensabile per la pace, esige reciproca comprensione e conoscenza.
Per questo, l'altro nome della pace è lo sviluppo. Come esiste la responsabilità collettiva di evitare la guerra, così esiste la responsabilità collettiva di promuovere lo sviluppo. Come a livello interno è possibile e doveroso costruire un'economia sociale che orienti il funzionamento del mercato verso il bene comune allo stesso modo è necessario che ci siano interventi adeguati anche a livello internazionale. Perciò, bisogna fare un grande sforzo di reciproca comprensione, di conoscenza e di sensibilizzazione delle coscienze.
È questa l'auspicata cultura che fa crescere la fiducia nelle potenzialità umane del povero.
Per far questo, però, il povero - individuo o Nazione - ha bisogno che gli siano offerte condizioni realisticamente accessibili. Creare tali occasioni è il compito di una concertazione mondiale per lo sviluppo, che implica anche il sacrificio delle posizioni di rendita e di potere, di cui le economie più sviluppate si avvantaggiano.
Ciò può comportare importanti cambiamenti negli stili di vita consolidati, al fine di limitare lo spreco delle risorse ambientali ed umane, permettendo così a tutti i popoli ed uomini della terra di averne in misura sufficiente. A ciò si deve aggiungere la valorizzazione dei nuovi beni materiali e spirituali, frutto del lavoro e della cultura dei popoli oggi emarginati, ottenendo così il complessivo arricchimento umano della famiglia delle Nazioni.


4) L’uomo è la via della Chiesa.

Di fronte alla miseria del proletariato Leone XIII diceva: «Affrontiamo con fiducia questo argomento e con pieno nostro diritto... Ci parrebbe di mancare al nostro ufficio se tacessimo».
La Chiesa non può abbandonare l'uomo; «questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione..., la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'incarnazione e della redenzione».

La dottrina sociale oggi specialmente mira all'uomo, in quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle società moderne.
· Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell'uomo dentro la società e per metterlo in grado di capir meglio se stesso, in quanto «essere sociale».
· Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa.

Da ciò si evince che la dottrina sociale ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione: annuncia Dio ed il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l'uomo a se stesso. In questa luce, e solo in questa luce, si occupa del resto: dei diritti umani di ciascuno e, in particolare del «proletariato», della famiglia e dell'educazione, dei doveri dello Stato, dell'ordinamento della società nazionale e internazionale, della vita economica, della cultura, della guerra e della pace, del rispetto alla vita dal momento del concepimento fino alla morte.

L'antropologia cristiana è un capitolo della teologia e, specialmente, della teologia morale.
L'annuncio della salvezza di Dio è un arricchimento della dignità dell'uomo. Quindi ci vogliono nuove forze e metodi nuovi per l'evangelizzazione al fine di promuovere tutto l’uomo.
La dottrina sociale cristiana va divulgata in tutto il mondo:
ü nei diversi Paesi dove, dopo il crollo del socialismo reale si manifesta un grave disorientamento nell'opera di ricostruzione.
ü nei Paesi occidentali che corrono il pericolo di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale del proprio sistema economico, e non si preoccupano, perciò, di apportare ad esso le dovute correzioni.
ü nei Paesi del Terzo Mondo, che si trovano più che mai nella drammatica situazione del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava.

Per la Chiesa il messaggio sociale del Vangelo non deve esser considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l'azione.
ü Spinti da questo messaggio, alcuni dei primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri, testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali, era possibile una convivenza pacifica e solidale.
ü Con la forza del Vangelo, nel corso dei secoli, i monaci coltivarono le terre, i religiosi e le religiose fondarono ospedali e asili per i poveri, le confraternite, come pure uomini e donne di tutte le condizioni, si impegnarono in favore dei bisognosi e degli emarginati, essendo convinti che le parole di Cristo: «Ogni volta che farete queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (cfr. Mt 25, 40) , non dovevano rimanere un pio desiderio, ma diventare un concreto impegno di vita.
ü Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna. L'amore della Chiesa per i poveri, che è determinante ed appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche.

L'amore per l'uomo e, in primo luogo, per il povero, nel quale la Chiesa vede Cristo, si fa concreto nella promozione della giustizia. Questa non potrà mai essere pienamente realizzata, se gli uomini non riconosceranno nel bisognoso, che chiede un sostegno per la sua vita, non un importuno o un fardello, ma l'occasione di bene in sé, la possibilità di una ricchezza più grande. Non si tratta, infatti, solo di dare il superfluo, ma di aiutare interi popoli, che ne sono esclusi o emarginati, ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile non solo attingendo al superfluo, che il nostro mondo produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società.
Oggi è in atto la cosiddetta «mondializzazione dell'economia», fenomeno, questo, che non va deprecato, perché può creare straordinarie occasioni di maggior benessere. Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa crescente internazionalizzazione dell'economia corrispondano validi Organi internazionali di controllo e di guida, che indirizzino l'economia stessa al bene comune, cosa che ormai un singolo Stato, fosse anche il più potente della Terra, non è in grado di fare.

Condizioni per l'attuazione della giustizia
a) Il dono della grazia che viene da Dio: per mezzo di essa, in collaborazione con la libertà degli uomini, si ottiene quella misteriosa presenza di Dio nella storia che è la Provvidenza.
b) La dottrina sociale della Chiesa ha una dimensione interdisciplinare che la pone in dialogo con realtà diverse per affrontare nel modo più efficace le questioni sul tappeto; inoltre la sua concretezza chiama in campo tutte le forze vitali della Chiesa, dai singoli, alle famiglie, agli operatori pastorali alle associazioni, alle organizzazioni culturali, ai politici.

Appello della Chiesa per la soluzione della questione sociale
a) Collaborazione fra tutti gli uomini. Il mondo odierno è sempre più consapevole che la soluzione dei gravi problemi nazionali e internazionali non è soltanto questione di produzione economica o di organizzazione giuridica o sociale, ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonché cambiamento di mentalità, di comportamento e di strutture.
b) Collaborazione fra le grandi religioni e fra le persone con responsabilità politiche, economiche e sociali. Le religioni oggi e domani avranno un ruolo preminente per la conservazione della pace e per la costruzione di una società degna dell'uomo.

All'inizio della società industriale, fu «il giogo quasi servile» che obbligò il mio predecessore a prendere la parola in difesa dell'uomo. A tale impegno nei cento anni trascorsi la Chiesa è rimasta fedele!
ü è intervenuta nel periodo turbolento della lotta di classe dopo la prima guerra mondiale, per difendere l'uomo dallo sfruttamento economico e dalla tirannia dei sistemi totalitari.
ü Ha posto la dignità della persona al centro dei suoi messaggi sociali dopo la seconda guerra mondiale, insistendo sulla destinazione universale dei beni materiali, su un ordine sociale senza oppressione e fondato sullo spirito di collaborazione e di solidarietà.
ü Ha poi ribadito costantemente che la persona e la società non hanno bisogno soltanto di questi beni, ma anche dei valori spirituali e religiosi.
ü Inoltre, rendendosi conto sempre meglio che troppi uomini vivono non nel benessere del mondo occidentale, ma nella miseria dei Paesi in via di sviluppo, e subiscono una condizione che è ancora quella del «giogo quasi servile», essa ha sentito e sente l'obbligo di denunciare tale realtà con tutta chiarezza e franchezza, benché sappia che questo suo grido non sarà sempre accolto favorevolmente da tutti .

La «Centesimus Annus» prepara la venuta del nuovo secolo: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.

L’esigenza di novità. Non è la ricerca del nuovo per se stesso, ma l’attenzione a tutti i risvolti che la realtà ci presenta per essere in grado di interpretarla e di risolverne i problemi nel modo migliore. Se il passato ci offre indicazioni, perché situazioni simili si sono verificate anche prima, non possiamo tuttavia esimerci dal dare risposte originali, più confacenti alla realtà odierna. Questa esigenza risponde anche a un’azione di critica costruttiva su ciò che si sta facendo, ciò che è difettoso va cambiato, ciò che è incompleto va completato, ciò che è negativo va tolto.

Nessuno in questo mondo si ferma; c’è una realtà dinamica che invoglia l’uomo ad infrangere confini culturali e scientifici per arrivare a risultati nuovi. Le novità hanno spesso un carattere parziale ed un’incidenza nella vita sociale che non sempre è facilmente inquadrabile. Ci deve quindi essere un impegno per una loro elaborazione coerente.
Di fronte a novità complesse non possiamo lasciarci relegare a riflessioni semplicistiche e qualunquiste. La competenza e il confronto delle idee possono superare questi difetti ed elaborare quella guida che la cultura, tradotta poi negli organismi statuali, deve esercitare sull’accettazione delle novità tecniche.

Ambiti direttamente interessati:
· Economia – globalizzazione – giustizia mondiale – potere sovranazionale.
· Immigrazione – cultura – integrazione.
· Conservazione dell’identità famiglia cellula della società.
· Ordine pubblico – gestione del castigo (carceri) – stato di polizia.
· Bioetica: fecondazione, staminali,ogm, …
· Scuola – libertà di scelta – ambiti educativi e loro integrazione.
· Sviluppo sostenibile – stili di vita – economia orientata al bene comune.

Le novità ed i novissimi
La dimensione in cui il cristiano colloca questo discorso non può non considerare il futuro e addirittura l’eternità. Questa dimensione implica il giudizio e il giudizio richiama i criteri cristiani della vita, l’assunzione di responsabilità ed il riferimento assoluto a Dio.