CAMMINO DI INIZIAZIONE CRISTIANA

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I. PERCHÉ TANTO PARLARE DI «INIZIAZIONE CRISTIANA»?

Nell’anno 2003 il nostro Vescovo Giulio Sanguineti ha emanato due documenti, normativi per tutta la Diocesi di Brescia, sul tema della “iniziazione cristiana”: il primo, intitolato «Direttorio perl’iniziazione cristiana degli adulti», è stato pubblicato l’8 giugno 2003; il secondo è apparso il 15 agosto 2003 col titolo «L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi».

Nasce spontaneo domandarsi: che cos’è questa “iniziazione cristiana” di cui tanto si parla e perché ad essa viene data oggi tanta importanza?

1. Che cos’è l’iniziazione cristiana?

Il termine “iniziazione” deriva dal latino in-eo che significa “entrare dentro”. Di conseguenza l’espressione “iniziazione cristiana” indica il processo globale attraverso il quale si entra nella vita cristiana, cioè si diventa cristiani. Più esattamente il documento L’iniziazione cristiana deifanciulli e dei ragazzi precisa: «Per iniziazione cristiana si intende il cammino che, grazie soprattutto ai tre Sacramenti dell’iniziazione cristiana [Battesimo, Cresima ed Eucaristia], introduce nel mistero di Cristo e della Chiesa, cioè fa diventare cristiani». Si tratta di un cammino disteso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola di Dio, dalla celebrazione dei Sacramenti e dalla testimonianza della carità, attraverso il quale si diventa figli di Dio, membri della Chiesa, suo popolo, e si apprende a vivere da cristiani.

Tale cammino può essere percorso da una persona già adulta, che si converte a Cristo, oppure anche da un fanciullo. Nel primo caso, dopo un tempo adeguato di evangelizzazione, di formazione, di esperienza e di verifica, si procede alla celebrazione unitaria dei tre Sacramenti dell’iniziazione cristiana che rendono partecipi del mistero pasquale di Cristo; nel secondo caso, per lo più si tratta di fanciulli che hanno già ricevuto il Battesimo da bambini e che devono completare l’iniziazione cristiana mediante un cammino di fede e la ricezione della Cresima e della Eucaristia. Sta crescendo tuttavia anche da noi il numero dei fanciulli che non sono ancora stati battezzati e che devono percorrere l’intero cammino della iniziazione cristiana.

2. Perché tanta importanza all’iniziazione cristiana?

«L’iniziazione cristiana – risponde Mons. F. Lambiasi – è la grazia più grande ed insieme la missione fondamentale e prioritaria che la Chiesa ha ricevuto in dono dal suo Signore». Questo infatti è il mandato che il Signore risorto ha lasciato ai suoi discepoli: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). La Chiesa è nata dal Cristo crocifisso e risorto come vergine nella fede e viene resa madre dallo Spirito per generare nuovi figli a Dio Padre.

L’iniziazione cristiana non è quindi uno dei tanti settori della pastorale; ne è piuttosto lo snodo decisivo, la sintesi più ricca e significativa e lo scopo fondamentale. Se è vero che la Chiesa esiste per evangelizzare, è altrettanto vero che l’evangelizzazione è finalizzata alla nascita della fede e della vita in Cristo, come lascia intendere il testo di Mc 16,15-16: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo». Di conseguenza una comunità cristiana che non offrisse più cammini concreti e appetibili per diventare cristiani non solo si priverebbe di un’attività importante ma anche della sua funzione, del suo scopo. «Se la chiesa-madre – scrive ancora Mons. F. Lambiasi - non generasse più figli si condannerebbe alla sterilità […]. Insomma non sarebbe più Chiesa. La Chiesa è tale perché genera cristiani, altrimenti perde la sua ragion d’essere».

Tuttavia a partire dall’alto medioevo non si insiste troppo sul tema della iniziazione cristiana poiché, per certi versi, “si nasce già cristiani”, non solo perché il Battesimo viene dato quasi con la nascita stessa ma anche perché si respira la fede cristiana fin dai primi giorni di vita sia in famiglia sia nella società. Oggi le cose sono cambiate: aumentano gli adulti non battezzati e, anche nel caso ancora diffuso del Battesimo dei bambini, diventa indispensabile per i ragazzi un cammino di “iniziazione” cioè di progressiva “introduzione” alla fede e alla vita cristiana, poiché questi ragazzi - che si presentano per la Cresima e la prima Comunione, - spesso non hanno ricevuto alcuna educazione cristiana. Oggi, come diceva ai suoi tempi Tertulliano, «cristiani non si nasce ma si diventa». È per questo che a partire soprattutto dal Vaticano II si è ripreso a parlare con insistenza e urgenza di “iniziazione cristiana”.

Si comprende allora perché anche il nostro Vescovo, all’interno della scelta pastorale della “nuova evangelizzazione”, abbia sentito l’esigenza di emanare due documenti sull’iniziazione cristiana, invitando tutta la Diocesi a riflettere quest’anno in modo particolare sul nuovo modello di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi.

II. PERCHÈ CAMBIARE?

Il documento L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi [Documento], che è stato pubblicato dal nostro Vescovo il 15 agosto 2003, presenta un nuovo modello di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) che, soprattutto in quest’anno 2003-2004, deve essere oggetto di studio e di discernimento e che nel giro di 5 anni dovrà diventare normativo per tutta la diocesi di Brescia. Ci chiediamo: come e perché è nato questo Documento?

1. Come è maturata la scelta di questo nuovo modello di iniziazione cristiana?

Da quando la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nel 1978 stampò la versione italiana del “Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti”, si è andata progressivamente maturando nei vescovi italiani la convinzione che «il catecumenato degli adulti costituisce il modello di ogni processo di iniziazione cristiana». Per cui «anche la prassi tradizionale dell’iniziazione per coloro che hanno ricevuto il Battesimo da bambini va ripensata e rinnovata alla luce del modello catecumenale» (Cons. Ep. Permanente della CEI, Orientamenti per il catecumenato degli adulti, Roma 1997, n. 41).

Coerentemente con questa indicazione, l’Ufficio Catechistico della Diocesi di Brescia, che già da tempo stava riflettendo sul problema dell’ICFR, a partire dal novembre 1997 iniziò a pensare un modello rinnovato di introduzione alla vita cristiana dei nostri ragazzi. Furono coinvolti sacerdoti, laici, religiosi, esperti, rappresentanti delle associazioni e dei vari uffici di Curia interessati all’argomento. Si lavorò alacremente per diversi mesi finché nell’ottobre del 1998 uscì, in forma di ciclostilato, un “Piano di lavoro per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi” [PLIC], che in diverse occasioni venne presentato alla Diocesi dall’allora Vescovo ausiliare Mons. Olmi.

Circa 3 anni dopo, nel giugno del 2001, il Consiglio Episcopale, presieduto dal nuovo Vescovo Mons. Sanguineti, decise di rilanciare il PLIC e chiese all’Ufficio Catechistico Diocesano di rivederlo e completarlo alla luce delle sperimentazioni già in atto in alcune parrocchie e soprattutto alla luce della scelta pastorale del Vescovo Mons. Sanguineti (luglio 1999) e della Nota pastorale del Consiglio Episcopale Permanente della CEI sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (maggio 1999). Si ricostituì perciò il gruppo allargato che, nel giro di 5 mesi, preparò una nuova edizione del PLIC, la quale venne offerta al Vescovo e al Consiglio Episcopale nel maggio 2002. Dopo ulteriori ritocchi e precisazioni il testo venne approvato definitivamente dal Vescovo e dato alle stampe.

2. Perché un nuovo modello di ICFR?

Il motivo che ha portato la nostra Diocesi alla elaborazione di un nuovo modello di ICFR non è costituito soltanto dalla obbedienza alle sollecitazioni della CEI. Vi è anche la constatazione dell’esito insoddisfacente dell’attuale prassi dell’ICFR. Infatti, se il modello attuale dell’ICFR resiste quanto alla frequenza al catechismo e alla ricezione dei Sacramenti, spesso non riesce per quanto riguarda lo scopo fondamentale dell’IC, che è l’introduzione effettiva nella vita cristiana. Nonostante siano investite, per otto anni, ingenti quantità di tempo e di persone, tuttavia questo sovente non basta a “fare” il cristiano. La Cresima è, come si dice, “la festa del ciao”, nel senso che, nella maggioranza dei casi, dopo la Cresima i ragazzi abbandonano progressivamente la vita e la pratica cristiana.

Le cause possono essere molteplici (come mostra il nostro Documento ai nn. 4-7). Ma forse la causa principale è costituita dal fatto che l’attuale modello di ICFR non è adatto al nostro tempo. Esso è nato in un contesto di “cristianità” che non è più il nostro. Da un tempo in cui la fede si respirava un po’ ovunque (in famiglia, nella società, nella cultura ecc.) si è passati a un tempo in cui la fede cristiana non è più di tutti, non è scontata neppure nelle famiglie che chiedono i Sacramenti per i loro figli ed è essenzialmente legata ad una libera scelta personale. È cambiata un’epoca ma non è cambiato il modello di IC, che è rimasto essenzialmente quello tridentino, in cui l’atto catechistico era preceduto, sorretto e completato da quell’humus cristiano della famiglia e della società che non c’è più.

La conclusione più logica e coerente è quella espressa autorevolmente, in diversi interventi, dal Vescovo mons. Lambiasi, presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi: «Il sistema di iniziazione tradizionale mostra inesorabilmente la sua insufficienza rispetto al compito di iniziare alla fede le nuove generazioni, al punto da ridursi spesso a un processo di “conclusione” della vita cristiana». Di conseguenza «non è più possibile continuare la prassi ordinaria di iniziazione cristiana nei termini con i quali è stata ereditata e continua ad essere applicata nella quasi totalità delle parrocchie italiane». Lo esige la nuova situazione storico-culturale, o meglio, lo esige lo Spirito che guida la Chiesa anche attraverso i cambiamenti della storia.

III. NON SI È SEMPRE FATTO COSI’?

Una obiezione all’accoglienza del nuovo modello di “iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi” (ICFR) è quella di chi dice: «Perché cambiare se si è sempre fatto così?»

La risposta a tale obiezione viene dallo studio della storia della Chiesa da cui emerge chiaramente che, se si è sempre mantenuta la realtà della IC, sono però cambiati i modelli e le modalità di attuazione, a secondo dei mutamenti storici. In particolare tre sono i modelli principali che si sono susseguiti nella storia della Chiesa.

1. Modello catecumenale

Rifacendosi ai testi del NT, che lasciano intendere un triplice momento del divenire cristiani, costituito rispettivamente dalla predicazione, dalla fede/conversione e dal Sacramento (cfr. ad es. At 2, 37-42), la Chiesa antica ha sviluppato nei primi 6/7 secoli un modello di IC che va sotto il nome di “modello catecumenale” e che può essere sintetizzato nella celebre espressione di Tertulliano: «Cristiani non si nasce ma si diventa».

In questo tempo, caratterizzato da una società e cultura spesso pagane, si diventa cristiani per lo più da adulti, attraverso un itinerario complesso, multiforme, disteso nel tempo, per garantire la serietà della conversione dei candidati (spesso impregnati dal culto degli idoli), formare gli spiriti con la conoscenza delle Scritture e staccare i convertiti dalle loro precedenti abitudini. Il Battesimo non viene dato in modo indiscriminato, ma presuppone l’accettazione esplicita e libera della fede in Cristo.

Il processo formativo prevede quattro tappe, i cui passaggi non sono automatici ma prevedono un severo discernimento: il pre-catecumenato, che, attraverso una prima evangelizzazione, serve a maturare un orientamento iniziale a Cristo; poi segue la fase più ampia, quella del catecumenato, che ha una durata media di tre anni circa e, grazie ad un tirocinio di formazione cristiana integrale, costituisce la preparazione remota al Battesimo; quindi la fase della preparazione immediata, che si svolge nell’ultima quaresima e culmina con la celebrazione unitaria dei tre Sacramenti dell’iniziazione cristiana a pasqua o nel tempo pasquale; infine la mistagogia nel tempo pasquale o in quello successivo.

Questo modello, che dà il primato all’annuncio del vangelo, presuppone: una comprensione del Sacramento che include la fede come sua dimensione fondamentale; la convinzione che il vertice della IC è costituito dall’Eucaristia; l’idea che diventare cristiani significa essere inseriti nel mistero di Cristo e della Chiesa con l’apporto di tutta la comunità cristiana.

2. Modello medioevale

Con i secoli VII-VIII la prassi catecumenale, già in decadenza verso la fine del V sec., è ormai del tutto scomparsa. Nasce la societas christiana, in cui tutti sono cristiani e in cui si dà piena e automatica identificazione tra uomo e cristiano, tra società civile (impero) e società religiosa (Chiesa): in una tale società “non si può non nascere ed essere cristiani”. Nascere e diventare cristiano è la stessa cosa.

Di fronte a questa nuova situazione, la pratica pastorale è costretta a trasformarsi profondamente fino a far affiorare un nuovo modello di IC, caratterizzato: dal trapasso dal catecumenato degli adulti al Battesimo dei bambini; dal passaggio dal primato dell’evangelizzazione previa all’accento sulla dimensione rituale-sacramentale, l’unica praticabile con un infante; dal venir meno della partecipazione comunitaria; dallo spostamento della catechesi a dopo la celebrazione del Battesimo; dalla progressiva rottura dell’unità dei tre Sacramenti dell’IC (la Cresima viene rimandata alla visita pastorale del vescovo e la prima Comunione, che era immediatamente contigua al Battesimo a completamento dell’IC, viene spostata all’età della discrezione).

3. Modello tridentino

Il modello tridentino (che si impone a partire dal sec. XVI col concilio di Trento) prosegue sulla falsariga di quello medioevale, anche perché continua il contesto della “società cristiana”, ma è maggiormente caratterizzato dalla preoccupazione per la formazione catechistica. Possiamo riassumere questo modello nella formula «cristiani si nasce ma per esserlo davvero occorreconoscere la fede». “Cristiani si nasce”, nel senso che lo si diventa fin dalla nascita, per il Battesimo, ma per esserlo veramente bisogna “conoscere la fede”; ci vuole cioè l’istruzione religiosa onde conoscere ciò che si è e così poterlo vivere in pienezza e difendersi dagli errori (soprattutto dei protestanti). In tutte le parrocchie nasce così la scuola di catechismo, una vera e propria scuola della dottrina cristiana, con una classe, un maestro, un libro, un metodo.

Nonostante dopo il Concilio di Trento si cerchi di diffondere anche la pratica della catechesi degli adulti, l’attenzione era centrata soprattutto sui bambini e il loro catechismo era decisamente orientato alla celebrazione dei Sacramenti della prima Confessione, della prima Comunione e della Cresima.

Si tratta di un modello di IC e di catechesi adatto ad una società cristiana, nella quale non c’è la preoccupazione di far nascere la fede, perché il contesto familiare e sociale formava le persone alla fede per osmosi. Alla scuola di catechismo si imparava e si memorizzava la dottrina, ma la fede si trasmetteva a casa e nella bottega del sarto e del falegname, dove i bambini andavano ad imparare il mestiere.

Conclusione

Ci vuole poco a capire che la nostra società e la nostra cultura non sono più quelle dell’epoca tridentina, eppure il nostro modello di IC è rimasto per molti aspetti quello nato dal concilio di Trento. Si impone perciò una revisione coraggiosa, che, come hanno fatto le epoche ecclesiali precedenti, individui un modello di IC che sia più adatto a questo nostro tempo, come avevano già sollecitato i vescovi italiani nel documento base della catechesi del 1970, intitolato Ilrinnovamento della catechesi. In questa nostra epoca, segnata per molti aspetti da una mentalità neopagana, per certi versi bisogna ricuperare l’antico “modello catecumenale”, che dava il primato assoluto all’evangelizzazione e alla fede. È l’evangelizzazione, infatti – scrive Ilrinnovamento della catechesi - che «è essenziale alla chiesa oggi come nei primi secoli della sua storia, non soltanto per i popoli non cristiani, ma per gli stessi credenti» (n. 25).

IV. NON BASTANO I SACRAMENTI?

In un tempo in cui la fede veniva interiorizzata per “impregnazione”, per una specie di “catecumenato sociale”, l’iniziazione cristiana (IC) tendeva ad identificarsi semplicemente con il cammino di preparazione o introduzione ai Sacramenti. Ora è venuto meno quel “catecumenato sociale” e con esso l’ambiente cristiano generante la fede, ma continua quella mentalità che identifica l’IC con la semplice ricezione dei Sacramenti. È questa la mentalità che persiste in alcuni sacerdoti, in parecchi catechisti e soprattutto nella quasi totalità delle famiglie, che portano i loro ragazzi a catechismo essenzialmente in vista della ricezione dei Sacramenti, senza preoccuparsi, spesso, del loro cammino di fede e della loro vita cristiana.

1. Che dire di questa mentalità?

Certamente i Sacramenti dell’iniziazione sono determinanti ed essenziali per diventare cristiani. Infatti un cristiano non è tale finché non viene fatto cristiano da Cristo stesso, cioè reso partecipe del suo mistero, in forza dell’azione che Cristo stesso compie attraverso l’atto sacramentale. Il catecumenato non produce l’iniziazione, l’introduzione nel mistero di Cristo e della Chiesa; solo predispone e crea le condizioni necessarie. In definitiva è Cristo stesso che “inizia”, che introduce l’uomo nel rapporto con sé e con il proprio corpo ecclesiale. Il fatto che l’IC abbia il suo momento culminante nella ricezione dei Sacramenti – afferma il nostro Documento sulla ICFR - «testimonia che non si tratta solo di un cammino dell’uomo e della Chiesa, ma che, attraverso i Sacramenti, è Dio stesso a introdurci nel mistero di Cristo e della Chiesa» (n. 24).

Tuttavia «il Sacramento al di fuori di un contesto di fede non ha alcun senso» (n. 25). Infatti, «pur essendo vero che la grazia sacramentale, infusa in noi dallo Spirito santo, genera e alimenta la vita di fede, speranza e carità, va ribadito che i Sacramenti sono pur sempre e in primo luogo “i Sacramenti della fede”, che presuppongono la grazia della fede come condizione indispensabile per la loro efficacia salvifica» (n. 23). Non si può separare il dono gratuito di Dio dall’accoglienza della fede, dalla libera adesione del credente. In questa prospettiva si comprende il lamento del Catechismo degli adulti La verità vi farà liberi al n. 666: «Nel nostro paese quasi tutte le famiglie chiedono i Sacramenti dell’IC per i loro figli; ma molte volte li vivono come riti di passaggio, in cui prende corpo un vago senso del sacro, e non come riti specificamente cristiani. La grandezza di queste celebrazioni sta invece nel fatto che uniscono vitalmente gli uomini a Cristo e li assimilano a Lui nell’essere e nell’agire, introducendoli nella Comunione trinitaria e in quella ecclesiale. Particolarmente necessario si rivela dunque un itinerario di fede, che preceda, accompagni e segua la celebrazione dei tre Sacramenti».

2. Ricuperare l’ispirazione catecumenale dell’IC

Si tratta allora di ricuperare l’antica concezione dell’IC, tipica del modello catecumenale, che collegava intimamente il Sacramento alla fede e alla vita e dava la priorità alla evangelizzazione in vista della fede e della conversione. Dalla Parola, al Sacramento, alla vita nuova: era questa la dinamica profonda del modello catecumenale. Oggi, perciò, venuto meno il catecumenato sociale, che contribuiva alla generazione quasi spontanea della fede, non possiamo più accontentarci di dare i Sacramenti dell’IC, senza preoccuparci contemporaneamente di “iniziare” anche alla fede e alla vita cristiana. Giustamente il Documento sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) al n. 36 afferma: «Da quando la famiglia cristiana ha cessato di essere lo strumento di mediazione della fede per i figli e di esserne la porta d’accesso spontanea, informale ma reale, la ripresa dell’ispirazione catecumenale dell’ICFR si fa quanto mai urgente». Con tale espressione si intende ricuperare e applicare all’ICFR alcuni elementi tipici dell’antico catecumenato. In particolare si tratta di attivare un cammino di ICFR: che non dà per scontata e presupposta la fede, ma si preoccupa di generarla; che sviluppa un’educazione globale alla vita cristiana, senza limitarsi al momento dottrinale o sacramentale; che è scandito da tappe progressive ed è segnato da diversi passaggi e verifiche; che ha un’intrinseca dimensione comunitaria ed ecclesiale.

In conclusione: l’intento di questo nuovo modello di ICFR è di creare dei credenti cristiani e non semplicemente dei “battezzati” o “cresimati”.

V. COSA C’ENTRA LA COMUNITA’ CRISTIANA?

Spesso, quando nelle nostre parrocchie ci sono i battesimi comunitari durante la celebrazione eucaristica, si nota una certa insofferenza e qualcuno dice esplicitamente: perché questi battesimi durante la Messa della comunità? Non è più opportuno spostarli al pomeriggio invitando a parteciparvi le persone veramente interessate, cioè i padrini e i genitori?

Questa obiezione risente di quella mentalità, diffusasi progressivamente a partire dall’epoca medioevale, che mostra un evidente attenuarsi del legame del Battesimo con la comunità ecclesiale e che porta a concepire il Battesimo, e più in generale i Sacramenti dell’iniziazione cristiana (IC), come un “fatto privato”.

1. Ricuperare la dimensione ecclesiale dell’IC

Il ricupero dell’ispirazione catecumenale della iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) esige anche il ricupero della sua dimensione comunitaria ed ecclesiale, quanto mai evidente nel modello catecumenale, e che mostra un duplice aspetto.

Innanzi tutto l’IC è il cammino che inserisce nella Chiesa e non semplicemente in una situazione di salvezza privata. «Coloro che accolsero la parola – afferma Atti 2, 41 – furono battezzati e quel giorno si unirono a loro …». Essere battezzati significa venire alla Chiesa e, quindi, alla salvezza. Infatti, a livello sacramentale, non si accoglie la salvezza di Cristo senza accettare di appartenere al suo popolo. In altri termini i Sacramenti dell’IC introducono gradualmente e contemporaneamente nel mistero di Cristo e nel mistero della Chiesa, senza possibilità di separare l’uno dall’altro. «Il Battesimo apre le porte al credente per l’ingresso nella Chiesa, la Cresima ne determina o specifica il compito ecclesiale, l’Eucaristia tramuta tutti coloro che mangiano dell’unico “pane” nell’unico corpo di Cristo, che è la Chiesa» (Documento, n. 29).

In secondo luogo, la dimensione ecclesiale dell’IC consiste nel fatto che non si diventa cristiani con il solo impegno e sforzo personali, ma con l’apporto della comunità cristiana. Non si diventa cristiani da soli ma in una comunità e attraverso la comunità. Nei Padri della Chiesa è forte la consapevolezza di una solidarietà o maternità della Chiesa, che fa sì che si è iniziati con la Chiesa e ad opera della Chiesa. I catecumeni sono come bimbi appena concepiti, vengono formati nel grembo della Chiesa dove crescono, difesi e nutriti, per poi essere rigenerati a vita nuova coi Sacramenti dell’IC.

2. Che cosa comporta?

In primo luogo si tratta di coinvolgere maggiormente tutta la comunità cristiana nel cammino di ICFR, con particolare attenzione alla famiglia. La comunità sia informata del cammino dei fanciulli e dei ragazzi, sia invitata spesso a pregare per essi e, almeno nelle celebrazioni più significative, sia invitata a parteciparvi con senso di responsabilità. Tutta la comunità, i diversi operatori pastorali, gli stessi animatori del tempo libero, i vari gruppi, le aggregazioni e i movimenti si sentano fattivamente responsabili nel generare alla fede cristiana le nuove generazioni. Infatti «la responsabilità di introdurre i fanciulli e i ragazzi alla vita cristiana è affidata alla Chiesa e, quindi, a tutti i membri del popolo di Dio, a cominciare dai genitori» (Documento, n. 3).

In secondo luogo, e di conseguenza, si tratta però anche di attivarsi per creare una comunità ecclesiale che testimoni in forma sempre più viva e affascinante la vita cristiana, così da diventare un ambiente che genera la fede quasi per contagio e che attrae positivamente le nuove generazioni. Una comunità viva è l’ambiente vitale entro cui l’IC può svolgersi con frutto. È noto, tuttavia, che a dare il tono più significativo e autorevole alla comunità cristiana sono soprattutto gli adulti. A loro guardano i piccoli e da loro sono attratti, con la tendenza spontanea a prenderli e a ricopiarli come modelli. La comunità cristiana degli adulti è, perciò, il contesto e l’esperienza portante dell’ICFR. Anche la catechesi delle nuove generazioni ha assoluto bisogno di riferirsi a modelli adulti e credibili di vita cristiana, se vuole avere presa nel cuore e nell’esistenza dei giovani. «Ciò comporta la scelta pastorale comune e prioritaria per una sistematica, capillare e organica catechesi degli adulti» (Documento, n. 34). È solo nel contesto di una comunità cristiana di adulti che trova il suo luogo naturale anche una introduzione alla fede dei bambini.

VI. È RAGIONEVOLE PUNTARE OGGI SULLA FAMIGLIA?

È innegabile che nella nostra Diocesi la quasi totalità dei fanciulli e dei ragazzi partecipa al cammino di iniziazione cristiana (IC). Questo significa che certamente la cosa sta a cuore anche ai loro genitori e alle loro famiglie. Tuttavia, guardando più in profondità, ci si accorge di alcuni elementi problematici e preoccupanti.

1. La situazione

In primo luogo a parecchi genitori preme che i propri figli ricevano i Sacramenti dell’IC ma non tanto che facciano un autentico cammino di fede. Lo stesso incontro catechistico qualche volta è visto come un pedaggio da pagare per poter ricevere i Sacramenti e non come un provvidenziale cammino di introduzione alla vita cristiana, che continua, ovviamente, anche dopo che si è ricevuta la Cresima. In secondo luogo è evidente che in molti genitori vi è la tendenza a delegare alla parrocchia il compito di introdurre i ragazzi nella vita di fede, non necessariamente perché tali genitori siano contrari o indifferenti, ma piuttosto perché presi da tante altre cose da fare o a cui pensare. Succede così – dicono i Vescovi italiani negli Orientamenti pastorali per il primo decenniodel Duemila (n. 57) – che «sempre più spesso [negli stessi fanciulli battezzati] non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza». D’altra parte, aumentano sempre di più i ragazzi che hanno alle spalle una situazione familiare irregolare, con le conseguenze che derivano spesso anche nel campo della educazione cristiana.

2. Cosa si propone?

Nonostante questa situazione, anzi proprio a motivo di questa situazione, il Documento diocesano sulla iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) al n. 48 ribadisce che «nell’IC la famiglia ha un ruolo tutto particolare». È vero: spesso ci troviamo in presenza di situazioni familiari molto diverse tra loro, che vanno dai genitori che partecipano intensamente al cammino dei figli ai genitori che restano indifferenti o contrari e, al massimo, lasciano libero il figlio di fare la scelta cristiana. Ma «quali che siano le situazioni, – continua il Documento – è indispensabile ricercare il coinvolgimento della famiglia, per lo meno di alcuni suoi membri (anche solo fratelli o sorelle, parenti ecc.) o di persone collegate alla famiglia che possano “adottare spiritualmente” il fanciullo che intraprende il cammino». Ne va di mezzo l’efficacia del cammino stesso. Infatti «nel contesto scristianizzato in cui viviamo, è importante creare attorno al fanciullo un ambiente di vita cristiana, rappresentato, oltre che dai catechisti e dal gruppo di catechismo, anche dai padrini, dai familiari e, almeno in alcuni momenti più significativi, dalla comunità tutta» (n. 48).

Il Documento diocesano sulla ICFR non accetta, perciò, la legge della delega. Esso ritiene che nel campo della ICFR la parrocchia non possa e non debba sostituirsi alla famiglia che è la prima responsabile dell’educazione anche cristiana dei figli. Oggi è urgente far sì che la famiglia si riappropri del suo ruolo di trasmettitrice della fede e la parrocchia diventi aiuto, supporto, luogo di verifica e di accoglienza di questa fede. È evidente il cambio di prospettiva: da una catechesi condotta soltanto dal catechista, dal sacerdote o dalla suora, a una catechesi che vede protagonisti gli stessi genitori. Proprio per questo il Documento citato dispone che il primo anno del cammino non sia tanto un anno di catechismo per i fanciulli bensì un anno di introduzione e di formazione cristiana dei familiari, i quali anche negli anni successivi sono chiamati a fare un percorso parallelo a quello dei ragazzi. La fede dei ragazzi, infatti, dipende anche dalla fede degli adulti e, specialmente, dei genitori.

3. Non rischiamo di perdere anche quelli che ci sono?

Qualcuno ritiene che scommettere sui genitori in questo momento sia controproducente. Infatti, per un verso, diverse famiglie sono in crisi e molti genitori sono in situazioni matrimoniali irregolari e, per un altro, anche quelli regolari sovente non hanno tempo e voglia di lasciarsi coinvolgere maggiormente nel cammino di IC dei propri figli. Se si chiede troppo a questi genitori, si rischia di indurli a ritirare i propri figli dal cammino di IC. Il problema è reale. Val la pena però di fare una qualche osservazione.

Il Documento sull’ICFR presenta e propone la meta ideale, quello a cui bisogna tendere con tutte le forze. La realizzazione deve certamente fare i conti con la situazione concreta. Tuttavia si tenga che “famiglia irregolare” non significa automaticamente “famiglia indifferente”. Anche se in situazione matrimoniale irregolare, i genitori cristiani possono e debbono accompagnare i propri figli nel cammino della ICFR e di fatto, in questo senso, ci sono degli esempi luminosi. D’altra parte il Documento stesso prevede che, se dei genitori non sono assolutamente disposti a questo accompagnamento, si possa fare riferimento a qualche altro membro della famiglia (anche solo fratelli o sorelle, parenti ecc.) o a delle persone della comunità che – d’accordo coi genitori - “adottano spiritualmente” il fanciullo. L’importante è che si crei attorno al fanciullo un clima di vita cristiana e che ci sia qualcuno che presenti un modello di vita cristiana e si faccia garante del cammino del fanciullo. Se poi i genitori e la famiglia sono contrari a tutto questo, purtroppo non resta altro che aspettare che il fanciullo diventi maggiorenne, quando farà le sue scelte fondamentali.

VII. NON STIAMO ANDANDO VERSO UNA CHIESA ELITARIA?

L’antico modello catecumenale era caratterizzato da un processo formativo a tappe con opportune verifiche che garantivano il graduale ed effettivo inserimento nella vita cristiana ecclesiale. Anche il cammino di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR), proposto dal Documento diocesano secondo l’ispirazione catecumenale, «è scandito da tappe progressive di formazione e di celebrazione ed è segnato da diversi passaggi e verifiche»; con la conseguenza che bisogna «liberarsi dall’idea di scadenze fisse, uguali per tutti, e dei passaggi automatici» (n. 36c). Di fronte a questa affermazione qualcuno ha obiettato: «Non stiamo andando verso una Chiesa elitaria, una Chiesa fatta solo di santi o di presunti tali? Non stiamo cancellando uno degli aspetti più belli della Chiesa di Cristo, che è il suo carattere “popolare”, nel senso che è veramente aperta e accessibile a tutti, anche a quelli che fanno fatica a credere e a vivere cristianamente?».

1. Perché no ai passaggi automatici

Certamente la Chiesa di Cristo è aperta a tutti, anche ai peccatori e ai cristiani tiepidi, tuttavia l’ideale che essa propone a tutti non è quello della mediocrità ma quello della santità, sulla base dell’appello di Dio: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19, 2). Inoltre bisogna tener conto che qui siamo di fronte a persone che stanno ancora facendo l’apprendistato della vita cristiana ed hanno il diritto di poter gustare progressivamente il meglio della fede in Gesù. Per questo il cammino di iniziazione dei nuovi credenti si articola in un processo a tappe, attraverso le quali il fanciullo avanzando passa, per così dire, di porta in porta o di gradino in gradino per giungere alla piena partecipazione della morte e risurrezione di Gesù e alla integrazione piena nella Chiesa.

Si comprende allora che il calendario delle tappe non può essere fissato a priori, in modo uguale per tutti, e che i passaggi non possono essere automatici in base semplicemente all’età. Ciascuna tappa deve corrispondere realmente al progresso nella fede del fanciullo e del gruppo, progresso che dipende dall’iniziativa divina, ma anche dalla libera risposta dei ragazzi. Se quest’ultima è mancata in modo alquanto evidente, oppure un gruppo si è dimostrato più lento, non è opportuno passare alla tappa successiva ma si aiuti il ragazzo o il gruppo a sostare ancora un po’ nella fase precedente.

Il rifiuto dei passaggi automatici non ha perciò un senso punitivo ma corrisponde piuttosto al rispetto della singolarità delle persone. «È un errore, infatti, partire dal presupposto che i ragazzi maturino tutti nello stesso tempo e che abbiano gli stessi ritmi di crescita e di comprensione». Perciò «l’IC deve tenere conto della graduale maturazione del ragazzo più che del calendario o dell’età» (Documento, n. 45).

2. Quando, chi e con quali criteri?

A questo punto si apre un triplice problema: quando operare il discernimento, a chi spetta tale operazione e con quali criteri?

Circa il primo problema è ovvio che il discernimento sul cammino di ICFR debba essere costante. Tuttavia esso diventa particolarmente importante in occasione di alcuni passaggi costituiti ad esempio dalla rinnovazione delle promesse battesimali, dal rito di consegna (traditio) e riconsegna (redditio) della Bibbia, del Simbolo della fede, del Padre nostro o delle Beatitudini (cfr. Documento, n. 44) e, soprattutto, in occasione della ammissione ai Sacramenti della Confessione (dopo il tempo della prima evangelizzazione) e della Cresima ed Eucaristia (dopo il tempo dell’approfondimento).

Quanto al secondo problema, l’esercizio pastorale del discernimento deve essere frutto della collaborazione di tutta la comunità e soprattutto del gruppo direttamente responsabile del cammino di IC, ciascuno nel suo ordine. Tale discernimento non spetta, quindi, soltanto al presbitero, anche se lui ha pur sempre il compito della presidenza, ma dovrà coinvolgere anche i catechisti, i genitori, i padrini, gli accompagnatori e, possibilmente, anche i ragazzi stessi (cfr. Documento, n. 45).

Circa i criteri, è ovvio che il giudice della fede e della santità è soltanto Dio. Tuttavia la fede ha anche i suoi aspetti visibili e verificabili. A questo proposito il Documento sottolinea l’importanza di non limitarsi al criterio dell’età o della frequenza all’incontro catechistico. Bisogna operare delle verifiche «secondo criteri che non si basino solo sul momento dell’incontro catechistico ma tengano conto dell’effettiva crescita nella fede e nella testimonianza cristiana» (n. 45). Si tratta di vedere se c’è un «progressivo sviluppo, da parte dei singoli e del gruppo, nella formazione e nella vita cristiana» (n. 48b). In altri termini, oltre alla frequenza a catechismo, è importante verificare – tenendo conto ovviamente dell’età - il tipo di presenza, la disponibilità alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio, la libera partecipazione all’appuntamento domenicale col Signore, l’attiva appartenenza alla vita ecclesiale, il comportamento in casa e fuori, la crescita nei piccoli gesti di carità, la conoscenza e la serena testimonianza della fede e così via.

VIII. BASTA CON LA “SCUOLA” DI CATECHISMO?

 

Il modello tridentino pensa all’iniziazione cristiana (IC) soprattutto nella forma della scuola di catechismo e anche solo cinquant’anni fa il catechismo era visto come il “catechismo per la dottrina cristiana” (cfr. ad es. il Catechismo di S. Pio X). Si andava alla catechesi per imparare la dottrina e prepararsi ai Sacramenti. Non c’era la preoccupazione di far nascere la fede e di introdurre alla vita cristiana, perché in genere queste erano già presenti grazie all’opera della famiglia e della comunità.

1. È finita l’epoca della “dottrina cristiana”?

È significativo che i nuovi catechismi della CEI, nati all’indomani del Vaticano II, si autodefiniscano non più “catechismo per la dottrina cristiana” ma “catechismo per la vita cristiana”. È il segno di un cambiamento profondo nel modo di intendere la catechesi e le sue finalità: i vescovi italiani, prendendo atto del cambiamento socio-religioso, dicono chiaramente a tutti che lo scopo della catechesi non è più semplicemente quello di far apprendere e approfondire dei contenuti dottrinali, ma più radicalmente è quello di far diventare cristiani.

In particolare questo vale per i catechismi dei fanciulli e dei ragazzi. Infatti i testi Io sono con voi, Venite con me, Sarete miei testimoni, Vi ho chiamati amici vengono globalmente definiti il “Catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi”. Il loro intento – dice la Nota di presentazione dell’Ufficio Catechistico Nazionale (1991) – è di «sviluppare una catechesi a servizio di un’autentica iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, dove la conoscenza dei contenuti della fede sia fondata su un vero annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto, e sia sempre accompagnata da un’esperienza vitale e sacramentale nella partecipazione alla vita e alla missione della comunità ecclesiale, attraverso un cammino graduale e tappe successive di crescita». In altri termini la catechesi deve liberarsi dall’angusta finalizzazione esclusivamente conoscitiva-dottrinale e farsi carico di introdurre globalmente alla vita cristiana. Questo non significa dimenticare l’importanza anche dell’aspetto veritativo e dottrinale; significa piuttosto collocare questo in un contesto più ampio, che dà la precedenza al sorgere della fede, alla relazione con Cristo nella Chiesa e alla concreta e suggestiva esperienza cristiana. La catechesi ha raggiunto il suo scopo principale non quando i ragazzi sanno una qualche nozione in più della dottrina cristiana ma quando hanno incontrato il Signore, gli hanno creduto, lo amano e, attraverso l’esperienza, hanno interiorizzato il gusto per gli aspetti fondamentali della vita cristiana: l’ascolto e l’annuncio della Parola, la preghiera e la celebrazione sacramentale specialmente dell’Eucaristia, la partecipazione alla vita comunitaria e la testimonianza della carità.

2. Superare il modello “scolastico”

In questa prospettiva è da superare la configurazione della catechesi secondo il modello scolastico, dove ci sono classi, insegnanti, lezioni, programmi, testi, verifiche. Deve farci riflettere il fatto che i nostri ragazzi non capiscono la differenza che esiste tra la scuola di religione e la catechesi; per essi è un doppione, dal momento che anche la catechesi è ancora una forma di scuola. Questa è la conseguenza di una catechesi ridotta ad insegnamento dottrinale.

Cosa fare? Bisogna, innanzi tutto, passare da una impostazione scolatico-dottrinale ad una catechesi che sia una vera pedagogia della fede, una introduzione globale alla vita cristiana, arricchita di varie esperienze. Sarà utile anche transitare da una catechesi per classi scolastiche a una catechesi per fasce di età o, ancor meglio, a una catechesi intergenerazionale, con la partecipazione, almeno in certi momenti, degli stessi adulti (cfr. Documento, n. 43).

Ci si deve però anche chiedere se questo nuovo modello di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) e di catechesi sia compatibile con la prassi che tende a ridurre tutto semplicemente all’ora settimanale. Se effettivamente lo scopo della catechesi non è semplicemente dottrinale ma “iniziatico”, nel senso che deve introdurre all’esperienza della vita cristiana in tutta la sua globalità, bisognerà passare progressivamente dall’ora settimanale al cosiddetto “pomeriggio educativo” o a un qualche “fine settimana”: cioè a un tempo più ampio e disteso, dove ci sia spazio non solo per il momento dell’ascolto della Parola e di quanto viene mediato dal catechista, ma anche per alcune esperienze significative: di celebrazione, di gioco, di testimonianza cristiana, di carità ecc. È ovvio, però, che una impostazione di questo tipo esige il coinvolgimento non solo del catechista ma anche di altre persone o gruppi parrocchiali (gruppo missionario, della liturgia, della carità ecc.) e, quando è possibile, degli stessi genitori.

IX. PERCHÉ ANTICIPARE LA CRESIMA RISPETTO ALL’EUCARISTIA?

«Il fatto che l’iniziazione cristiana abbia il suo momento culminante nella ricezione dei tre Sacramenti dell’iniziazione, che rendono presente e attuale l’evento di salvezza della Pasqua di Cristo, testimonia che non si tratta solo del cammino dell’uomo e della Chiesa, ma che […] è Dio stesso a introdurci nel mistero di Cristo e della Chiesa» (Documento, n. 24). Il senso dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana (IC) sta proprio in questa dimensione di grazia che viene a completare il necessario contributo della libertà e della collaborazione dell’uomo.

A proposito di questi Sacramenti il Documento sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) afferma che, per i bambini già battezzati da infanti, i rimanenti Sacramenti della IC vanno celebrati in una medesima celebrazione secondo l’ordine che vede prima la Cresima e poi l’Eucaristia e non viceversa, come è nella prassi attuale (cfr. n. 51). Perché?

1. La Cresima Sacramento della maturità?

I Sacramenti dell’IC non sono tre Sacramenti autonomi e isolati, che si possono ricevere staccati tra di loro, quando pare e piace, ma sono strettamente collegati a tal punto da formare una sola e medesima realtà. Essi sono “insieme” i Sacramenti dell’IC, che, unitariamente e gradualmente, introducono nella comunione con la Chiesa e, attraverso di essa, con Cristo. Il loro distacco ha comportato una specie di assolutizzazione di ciascuno di essi, con tutta una serie di conseguenze negative soprattutto per la Cresima. Infatti il distacco della Cresima dal Battesimo e dall’Eucaristia, nato per motivi pratici, ha finito per far perdere ad essa il suo significato teologico specifico di completamento del Battesimo e di introduzione all’Eucaristia, facendole assumere spesso significati del tutto estranei. Così, ad esempio, spesso si dice che la Cresima è il Sacramento della maturità e questo basta per giustificare la sua amministrazione in un’età più avanzata rispetto alla prima Comunione. In realtà la Cresima può essere detta Sacramento della maturità solo nel senso che fa maturare la grazia del Battesimo ma non nel senso che deve essere data in un’età più matura e responsabile, tanto è vero che in oriente è data all’infante insieme col Battesimo.

2. Dove collocare la Cresima?

Anche quando i tre Sacramenti, per motivi pastorali, sono legittimamente celebrati con riti distinti, bisogna ricordare che tra di loro esiste una connessione organica e, quindi, che l’ordine dei tre non è casuale ma è dettato da una logica intrinseca, che vede il Battesimo come porta d’ingresso nel mistero della Chiesa, la Cresima come inserimento più pieno e l’Eucaristia come momento culminante (Cfr. Documento, n. 24). Infatti, se l’inserimento nella Chiesa può essere riconosciuto come la finalità dell’IC, dal punto di vista sacramentale tale finalità può dirsi raggiunta non con la Cresima ma quando il credente viene introdotto all’Eucaristia, il Sacramento che fa la Chiesa: solo partecipando al corpo eucaristico di Cristo, il credente diventa pienamente parte del suo corpo ecclesiale. Di conseguenza, se sotto il profilo sacramentale l’introduzione all’Eucaristia costituisce l’obiettivo dell’IC, Battesimo e Cresima hanno precisamente la finalità di abilitare il credente a partecipare alla mensa eucaristica; essi potrebbero essere opportunamente qualificati come “Sacramenti di iniziazione all’Eucaristia”. In questa luce, il Battesimo e la Confermazione non vanno visti in sé e per sé, come giustapposti all’Eucaristia, ma vanno ripensati nella loro finalizzazione all’Eucaristia (va perciò superata quella mentalità che vede il Battesimo e la Cresima indipendenti dall’Eucaristia, al punto che parecchi genitori ci tengono a che il proprio figlio sia battezzato e riceva la Cresima ma poi non si preoccupano più di tanto per la sua partecipazione all’Eucaristia domenicale).

Lo spostamento della Cresima a dopo l’Eucaristia non è, quindi, giustificato da un punto di vista teologico: esso è nato, in un primo tempo, per motivi pratici, nel senso che il presbitero dava il Battesimo e l’Eucaristia, mentre per la Cresima bisognava, almeno qui in Occidente, aspettare il vescovo; in seguito, si è giustificato adducendo il motivo ambiguo della Cresima come Sacramento della maturità. Teologicamente, come ha sempre insegnato anche il catechismo, l’ordine adeguato è quello che va dal Battesimo alla Cresima, all’Eucaristia, così che, da un punto di vista sacramentale, il Sacramento della piena maturità cristiana non è la Cresima ma l’Eucaristia.

Il fatto che, sotto il profilo sacramentale, il punto di arrivo dell’IC non sia la Cresima ma l’Eucaristia aiuta a capire più in profondità il senso di tutta l’IC. Tale senso non sta nella ricezione di un Sacramento (come il Battesimo e la Cresima) che si celebra una volta per sempre, dopo di che ci si sente a posto; ma sta nell’Eucaristia che si celebra ogni domenica. In altri termini, esso consiste nella vita cristiana quotidiana, nella comunione con Cristo e con la Chiesa che si rinnova continuamente soprattutto nell’Eucaristia del giorno del Signore. Se questo è il senso ultimo dell’IC allora si comprende l’urgenza di cambiare quella mentalità pastorale che dà molta importanza alla prima Comunione e ritiene che tutto sia finito e compiuto quando si è ricevuta la Cresima. Il nuovo modello di ICFR sottolinea che lo scopo ultimo dell’IC non è quello di portare alla Cresima e neppure alla Messa di prima Comunione ma alla Messa e alla Comunione di ogni domenica.

Con questo discorso, nessuno pensa che il “fallimento” della IC dipenda dalla collocazione dei Sacramenti e nessuno dice che il rinnovamento della IC passa attraverso la ricollocazione più esatta dei Sacramenti. Ma in un progetto globale di revisione dell’IC è sensata anche una collocazione dei Sacramenti teologicamente più corretta, che veda nell’Eucaristia di ogni domenica la meta e il senso ultimi della IC.

X. I FANCIULLI E I RAGAZZI NON SONO TUTTI UGUALI?

Sollecitato dai vescovi italiani che da circa 20 anni insistono sulla necessità di avviare itinerari di fede differenziati, il Documento diocesano sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR), oltre all’itinerario ordinario, che è quello fondamentale e aperto a tutti, presenta altri tre possibili cammini diversificati di ICFR che, col tempo, dove è possibile, potranno essere attivati: l’itinerario catecumenale, quello associativo e quello familiare. Qualcuno ha già obiettato: perché questa diversificazione? I ragazzi non sono tutti uguali? Non si rischia di fare discriminazioni tra quelli di serie A e quelli di serie B?

1. Perché i cammini differenziati?

Certamente tutti i ragazzi hanno la medesima dignità. Tuttavia al centro dell’IC non devono stare né i programmi catechistici né la struttura organizzativa ma i ragazzi stessi, colti e rispettati nella loro individualità, nella loro situazione particolare e nei loro problemi. Non sono i ragazzi in funzione dell’IC ma l’IC in funzione dei ragazzi. Bisogna però riconoscere che l’attuale modello di ICFR è alquanto omogeneo, a volte anche massificante, poco individualizzato, e quindi scarsamente commisurato alle esigenze di fede e di vita dei destinatari. Infatti nell’attuale impostazione dell’IC per lo più tutti i ragazzi di una certa età o di una certa classe incominciano insieme il loro cammino, esperimentano tutti il medesimo itinerario, celebrano insieme nella stessa data le tappe sacramentali già prefissate per tempo e, sempre insieme, concludono il loro cammino. Eppure tutti sappiamo quanto siano diversi i ragazzi di oggi, quanto sia diverso il ritmo di maturazione e, soprattutto, quanto sia notevolmente multiforme e variegato il contesto di vita sociale, religioso ed ecclesiale da cui provengono. «Ogni catechista – afferma il Documento - sperimenta oggi quanto grande sia la diversità, sul piano della fede e del vissuto concreto dell’ambiente familiare e sociale, che ogni fanciullo e ragazzo porta con sé» (n. 38). Infatti, abbiamo fanciulli non ancora battezzati; bambini che in famiglia non hanno mai sentito parlare di Dio e di Gesù; ragazzi che in famiglia trovano un ambiente religiosamente indifferente o addirittura ostile; abbiamo anche, grazie a Dio, un qualche ragazzo con alle spalle un ambiente dove si respira la fede cristiana.

Se, quindi si propongono dei cammini diversificati, non è per mancanza di stima nei confronti di alcuni ragazzi ma piuttosto per il grande rispetto che dobbiamo a tutti e che esige di tener conto della loro reale situazione, adattando ad essa anche il cammino di IC.

2. Chi decide il cammino?

Come si vede, il criterio di diversificazione non è quello dell’età o della classe scolastica, anzi da questo punto di vista possono fare un medesimo cammino anche ragazzi appartenenti a classi scolastiche differenti. I criteri, in base ai quali sono stati pensati i diversi itinerari sono soprattutto due: «Già le predisposizioni e attitudini personali possono consigliare un cammino piuttosto che un altro (perché ad es. uno esige più tempo a disposizione, l’altro meno; uno è più dinamico, l’altro è più statico e così via). Ma il principale criterio della diversificazione è costituito dalla diversità della situazione religiosa in cui si trova e vive il fanciullo» (Documento, n. 49). Così, ad esempio, l’itinerario catecumenale è consigliato per i fanciulli non ancora battezzati e per coloro che, battezzati, non hanno avuto la possibilità di alcuna educazione cristiana; l’itinerario associativo per quei ragazzi che hanno bisogno di un gruppo dove fare esperienze prolungate di effettiva vita cristiana; l’itinerario familiare, invece, per coloro che in famiglia già stanno facendo un buon cammino di fede e di vita cristiana.

Va però sottolineato che la scelta di intraprendere il cammino ordinario o uno dei cammini diversificati non spetta al solo sacerdote ma deve essere il frutto di un confronto e colloquio soprattutto tra il sacerdote, il ragazzo e la sua famiglia, in base alla caratteristica dell’itinerario e al bisogno del ragazzo. Infatti questi diversi itinerari non vengono imposti ma soltanto offerti e proposti perché, in ultima analisi, vengano scelti dai fanciulli stessi e dai loro familiari o accompagnatori (cfr. Documento, n. 49).

XI. CONOSCI LE ANATRE CANADESI?

 

Avete sentito parlare delle anatre canadesi? Queste deliziose creature, allorché devono migrare, si mettono in volo in forma di triangolo: le giovani e le più forti si collocano davanti e ai lati, così da tagliare l’aria e rendere più agevole il volo alle altre, mentre quelle più adulte e acciaccate vengono poste all’interno del gruppo, procedendo in tal modo senza troppa fatica. Lo scopo è di non lasciare indietro nessuna e far sì che tutte possano raggiungere felicemente la meta.

1. L’iniziazione cristiana è anche per i disabili?

Per gli umani purtroppo non è sempre così come per le anatre canadesi. Non solo nella società civile ma anche nella comunità cristiana qualche volta le persone più deboli, come ad esempio le persone disabili, vengono un po’ dimenticate e messe da parte. Spesso non si sa neppure che ci siano. Se poi i loro genitori si fanno avanti perché anch’esse possano ricevere i Sacramenti dell’iniziazione cristiana (IC), cioè il Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia, spesso questi sono dati affrettatamente, quasi di nascosto, senza un’adeguata catechesi, perché, si dice, “tanto non capiscono”.

Eppure Gesù è stato molto esplicito: «Andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo ad ogni creatura». Il “vangelo”, cioè la bella notizia dell’amore gratuito di Dio, va annunciato a tutti, non solo ai grandi e ai forti ma anche ai piccoli e ai deboli; anzi se c’è una categoria che più di tutte ha diritto al vangelo sono proprio gli ammalati e i disabili, perché è specifico del vangelo di Gesù annunciare la predilezione di Dio per i piccoli, i poveri e i sofferenti. Per la comunità cristiana, quindi, la cura pastorale dei disabili non è qualcosa di facoltativo, ma è un dovere di obbedienza a un comando esplicito del Signore. Per questo il Documento del nostro Vescovo su “L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi”, al n. 56, afferma esplicitamente: «Particolare delicatezza e sensibilità esige la situazione dei fanciulli e dei ragazzi con difficoltà di apprendimento, di comportamento e di comunicazione. Sull’esempio di Cristo, le comunità cristiane, superando pregiudizi e resistenze, siano aperte all’accoglienza di tutti i piccoli, i poveri e i sofferenti, ricordando che il lieto annuncio del regno di Dio è promesso in primo luogo a loro».

2. Alcune obiezioni

Certo non mancano in questo campo le obiezioni. Mi limito a prenderne in considerazione due.

Innanzi tutto c’è qualcuno che ritiene che anche i disabili possano ricevere i Sacramenti dell’IC cristiana, ma, soprattutto per coloro che sono affetti da handicap psichico o mentale, la catechesi sia inutile o impossibile. Eppure, se Gesù ci ha comandato di annunciare anche a loro il vangelo, come possiamo rinunciarvi? Il problema non può riguardare la cosa in sé (che è pacifica), ma eventualmente le modalità concrete. Certamente il disabile psichico o mentale non è in grado di seguire una catechesi essenzialmente teorico-dottrinale. Per lui è indispensabile una catechesi narrativa, simbolica ed esperienziale. Ma una catechesi di questo tipo non tornerebbe a vantaggio di tutto il gruppo e non sarebbe più efficace per tutti?

C’è anche una seconda obiezione. Qualcuno dice che il disabile psichico e mentale può essere battezzato, forse anche Cresimato; ma come si fa ad ammetterlo all’Eucaristia? Il problema non è banale; tuttavia bisogna tener presente che, come ricorda il nostro Vescovo nel Documento citato, «anche nel caso dei disabili “il Battesimo è per sua natura ordinato al completamento crismale e alla pienezza sacramentale che si raggiunge con la partecipazione all’Eucaristia”» (n. 56). Non si può perciò ammettere al Battesimo e alla Cresima e poi non ammettere all’Eucaristia. Ma il disabile “sa” quello che va a ricevere? Può darsi che non capisca bene intellettualmente (e chi può capire “bene” il mistero eucaristico?), tuttavia anch’egli è capace di fede; questa infatti non è solo adesione dell’intelletto alla verità rivelata, ma prima di tutto è relazione di amore e anche il disabile ha questa grande capacità, di poter amare Dio e i fratelli. Ma come procedere nell’itinerario di IC delle persone disabili? Il nostro Vescovo, nel testo citato, dà delle preziose indicazioni: «È necessario anzitutto cercare il coinvolgimento della famiglia; è indispensabile avvalersi di catechisti che abbiano acquisito sensibilità alla specifica situazione dei fanciulli e dei ragazzi disabili; l’itinerario di iniziazione cristiana dovrà essere adattato alle possibilità della persona; per quanto è possibile, il fanciullo non compia l’itinerario da solo, ma in gruppo, così da evitare qualsiasi emarginazione o discriminazione».

Non è un’impresa facile. Ma ce lo chiede il Signore e ce lo insegnano le … anatre canadesi.

 

XII. MA IL VERO PROBLEMA NON VIENE DOPO?

Il nuovo modello di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi (ICFR) proposto dal Documento diocesano prevede che il cammino duri circa o, meglio, almeno sei anni e che, di conseguenza, per coloro che partono a sei anni, i Sacramenti dell’IC vengano celebrati verso gli 11 anni, cui segue il tempo della mistagogia. Questa proposta ha sollevato diverse obiezioni.

1. Non stiamo facendo qualcosa di inutile?

Secondo qualcuno il Documento sull’ICFR chiederebbe alla Diocesi un lavoro gravoso ma sostanzialmente inutile, in quanto a far problema oggi non sarebbe tanto l’ICFR dai 6 ai 12 anni (che potrebbe anche andare avanti come prima) ma la pastorale e la formazione cristiana degli adolescenti dopo i 12 anni.

L’obiezione non è certamente stupida; tuttavia va fatto notare che rinnovare l’ICFR non significa dimenticare la pastorale degli adolescenti, anzi significa operare in modo tale che quest’ultima ne possa trarre vantaggio. Infatti potrebbe darsi che la “crisi” di fede degli attuali adolescenti non sia legata semplicemente all’età o alla cultura attuale ma sia anche, almeno in parte, la conseguenza di una non adeguata IC. Circa questa inadeguatezza è convinta la stragrande maggioranza degli operatori pastorali che, senza negare il problema degli adolescenti e dei giovani, ritengono tuttavia urgente anche il rinnovamento della ICFR. La stessa Conferenza Episcopale Italiana, nella Nota pastorale Orientamenti per il catecumenato degli adulti afferma: «Anche la prassi tradizionale dell’iniziazione per coloro che hanno ricevuto il Battesimo da bambini va ripensata e rinnovata alla luce del modello catecumenale» (n. 41). E nel documento Comunicare il vangelo in un mondo che cambia si afferma: la situazione «ci dovrà sospingere a ripensare costantemente l’iniziazione cristiana nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l’accompagnano» (n. 57). D’altra parte, anche Mons. Lambiasi, “presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi”, scrive: «I Vescovi, e con loro quanti sono direttamente impegnati nel compito difficile dell’iniziazione cristiana (catechisti, parroci, direttori degli uffici catechistici diocesani), sentono che non è più possibile continuare la prassi ordinaria di iniziazione cristiana nei termini con i quali è stata ereditata e continua ad essere applicata nella quasi totalità delle parrocchie italiane» (citato nel Documento, n. 10).

2. E dopo?

Il problema non sta, quindi, nel lasciar inalterata l’attuale prassi dell’ICFR ma nel preoccuparsi di accompagnare questi ragazzi anche dopo che avranno terminato il cammino di IC. L’IC, infatti, ha una durata limitata nel tempo, in quanto il cristiano diventa “iniziato” con la celebrazione del Battesimo, Cresima ed Eucaristia, che si completa con il tempo della mistagogia. «Per questo – afferma il nostro Documento – la cura materna della Chiesa, attuata con sollecitudine lungo il processo iniziatico, deve proseguire e rafforzarsi con rinnovato affetto e premura [anche] dopo l’iniziazione. Si dovrà offrire a questi ragazzi appena “iniziati” l’aiuto per un maggior inserimento nella comunità cristiana, l’opportunità di una partecipazione sempre più viva alla vita della parrocchia e la possibilità concreta di aderire ad idonee esperienze di catechesi e di formazione cristiana permanente» (n. 58). Sarà compito dell’Ufficio Catechistico e degli altri Uffici interessati al problema continuare la riflessione, con eventuali proposte diocesane, anche in riferimento al tempo, difficile e delicato, dell’adolescenza, convinti che ad esso vada dedicato più spazio e più attenzione.

Qualcuno, però, dice: «Perché, anziché essere allungato fin verso i 18 anni, così da coprire il tempo dell’adolescenza, il cammino di ICFR è stato ridotto da 8 a 6 anni circa (di cui il primo è soprattutto per i familiari)?». La risposta esige di tener presente che l’IC ha sempre avuto una durata limitata nel tempo e non può essere prolungata per dei motivi strumentali ad essa estranei (ad es. “così li abbiamo fino ai 18 anni”). Inoltre ha sollecitato in favore della riduzione il fatto che l’itinerario di IC, proposto nel 1999 dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana per i fanciulli non battezzati, prevede un tempo di circa 5 anni. Se questo vale per chi non è ancora battezzato, perché il percorso di completamento dell’IC per chi è già stato battezzato dovrebbe essere più lungo?